Il dolore cambia in pubertà: cosa dice la neuroscienza (e perché non sono 'scuse')

Perché in pubertà i meccanismi del dolore si riorganizzano: il dolore sperimentale tende a diminuire mentre quello clinico — mal di testa, dolore addominale, dismenorrea — aumenta (Nahman-Averbuch et al., 2023). Le differenze tra ragazze e ragazzi emergono in adolescenza e non prima: è fisiologia, non carattere, e va trattata come informazione.

In pubertà il dolore clinico aumenta davvero: il dolore addominale sale a quasi il 30% nelle ragazze contro il 16% nei ragazzi, e il dolore mestruale riguarda il 71,1% delle giovani donne — il 20,1% salta scuola per questo. Non è fragilità né teatro: è una fase dello sviluppo documentata dalle neuroscienze. Cosa succede a 13-14 anni, come distinguere un dolore da osservare da uno da far vedere a un medico, e perché conta per chi allena e per chi cresce una figlia.

Durante la pubertà il dolore clinico di una ragazza aumenta davvero, e la neuroscienza lo ha misurato. "Le fa male la pancia", "ha sempre mal di testa", "dice che oggi non ce la fa": nello sport giovanile queste frasi vengono spesso archiviate come poca grinta o un po' di teatro. La ricerca racconta un'altra storia: il dolore in questa fase cambia davvero — non nella testa di chi lo prova, ma nei meccanismi che lo generano. E cambia proprio nella fascia d'età, 13-14 anni, in cui a una ragazza si chiede più spesso di "stringere i denti".

In breve

  • In pubertà il dolore sperimentale (a stimoli controllati) tende a diminuire, ma il dolore clinico — mal di testa, dolore addominale, dismenorreaaumenta.
  • Le differenze tra ragazze e ragazzi nel dolore emergono in adolescenza, non prima: a 9-11 anni non ci sono; più tardi le ragazze mostrano soglie più basse.
  • Il dolore addominale dopo la pubertà sale a quasi il 30% nelle ragazze contro il 16% nei ragazzi; l'emicrania cresce di più nelle femmine.
  • Il menarca precoce è associato a più mal di testa, dolore addominale e alla schiena in adolescenza e da adulte.
  • La dismenorrea riguarda il 71,1% delle giovani donne sotto i 25 anni; il 20,1% salta scuola per questo motivo (Armour et al., 2019).
  • Conseguenza pratica: il dolore va trattato come informazione, non come scusa — né, all'opposto, drammatizzato.

Se la tolleranza al dolore migliora, perché una ragazza ha più mal di pancia?

Perché sono due dolori diversi, e in pubertà vanno in direzioni opposte: il dolore misurato in laboratorio diminuisce, quello vero della vita quotidiana aumenta. Una review pubblicata su Trends in Neurosciences — rivista di neuroscienze ad alto impatto — ha messo in fila la letteratura su come il dolore si modifica durante l'adolescenza (Nahman-Averbuch et al., 2023). Il quadro che ne esce è controintuitivo, perché separa due cose che spesso confondiamo.

Il dolore sperimentale — quello misurato in laboratorio con stimoli controllati, come il freddo o la pressione — tende a diminuire con la maturazione puberale, in entrambi i sessi. In altre parole, davanti a uno stimolo standard il corpo di un adolescente diventa mediamente più tollerante.

Il dolore clinico — quello vero, spontaneo: mal di testa, dolore addominale, dolore mestruale — fa l'opposto: aumenta. È la forma di dolore che conta nella vita di tutti i giorni, ed è proprio quella che cresce durante la pubertà. Confondere i due piani porta all'errore classico: "se regge una gara dura, allora il mal di pancia è una scusa". Sono due sistemi diversi.

Le ragazze sentono più dolore dei ragazzi?

In adolescenza sì, in media — ma non è un tratto che avevano da bambine: si forma adesso. C'è un'idea diffusa secondo cui le femmine "sono sempre state più sensibili" al dolore. I dati dicono qualcosa di più preciso: quella differenza non c'è nell'infanzia, si forma nell'adolescenza.

Non è un tratto caratteriale né un dato di "fragilità": è un cambiamento dello sviluppo che si accende in una finestra precisa, la stessa in cui una ragazza inizia a fare sport più serio, con carichi più alti e più pressione.

Il menarca precoce lascia un'impronta sul dolore?

Nei dati di popolazione sì: chi ha il primo ciclo prima riferisce più mal di testa, dolore addominale e dolore alla schiena, in adolescenza e da adulta. C'è un altro filo che la review mette in evidenza, e che si parla pochissimo: il timing del menarca. Diversi studi di popolazione molto ampi — tra cui il norvegese HUNT e i dati HBSC su quasi 300.000 ragazze — trovano che un menarca precoce è associato a una maggiore prevalenza di mal di testa, dolore addominale e dolore alla schiena, sia in adolescenza sia in età adulta.

In parallelo, le sindromi dolorose specifiche del corpo femminile — dismenorrea, endometriosi — compaiono proprio intorno al menarca, e possono aumentare il rischio di altre sindromi dolorose croniche in seguito. Tradotto: il dolore mestruale precoce non è un episodio isolato da minimizzare, ma un segnale che vale la pena osservare nel tempo.

E il mal di schiena? Rientra in questo quadro o è un'altra cosa?

Rientra nel quadro come frequenza, ma non va spiegato solo con la pubertà: in una giovane atleta il mal di schiena può avere una causa strutturale precisa, e va guardato. È una distinzione che conta, perché è esattamente il punto in cui "il dolore cambia in pubertà" rischia di diventare una scorciatoia per non indagare.

Da un lato, il dolore alla schiena compare tra i dolori associati al menarca precoce nella stessa review sulle alterazioni del dolore in adolescenza (Nahman-Averbuch et al., 2023). Dall'altro, nello sport giovanile è comunque comune di per sé: in una revisione sistematica con meta-analisi di 80 studi su atleti di 10-19 anni, la prevalenza stimata di lombalgia negli ultimi 12 mesi è del 42% (IC 95% 29-55%), e tra i fattori di rischio riportati compare anche il sesso femminile (Wall et al., 2022, BJSM).

La differenza pratica è questa: un dolore addominale ricorrente in pubertà ha spesso una spiegazione fisiologica di sviluppo; un mal di schiena che dura da settimane in un'atleta di 13-14 anni, invece, ha una causa strutturale specifica molto più spesso che in un adulto — nel confronto diretto tra 100 adolescenti sportivi e 100 adulti, la frattura da stress dell'istmo vertebrale spiegava il 47% dei casi contro il 5% (Micheli e Wood, 1995). Ne abbiamo scritto nel dettaglio, limiti dei dati compresi, nell'articolo su mal di schiena e giovani atlete.

Il principio generale resta quello di tutto questo articolo: prendere sul serio il dolore non significa attribuirlo automaticamente alla pubertà. Significa registrarlo e, quando dura o cambia, farlo guardare.

Quanto è diffuso il dolore mestruale, e quanto costa davvero?

Riguarda circa sette giovani donne su dieci, e il costo si misura in ore sottratte. Una meta-analisi di 38 studi su 21.573 giovani donne sotto i 25 anni ha stimato una prevalenza di dismenorrea del 71,1% (IC 95% 66,6-75,2), sostanzialmente identica nei Paesi ad alto e a basso reddito; tra le studentesse in età scolare è del 72,5% (Armour et al., 2019).

Il dato che rende il fenomeno impossibile da archiviare come "fastidio" è però l'impatto misurato: il 20,1% riferisce di aver saltato scuola o università a causa del dolore mestruale (IC 95% 14,9-26,7) e il 40,9% dichiara che concentrazione e rendimento in classe ne risentono (IC 95% 28,3-54,9).

Una precisazione sulla popolazione, perché conta: il campione comprende giovani donne fino ai 25 anni, non solo adolescenti, e i dati riguardano la scuola, non l'allenamento. Nessuno studio qui misura quante sedute saltano le atlete per dismenorrea. Ma se un dolore toglie un quinto delle presenze scolastiche, è ragionevole aspettarsi che tolga anche allenamenti — ed è esattamente ciò che si osserva nell'attività fisica, dove dal 25% al 61% delle adolescenti riduce o evita l'attività durante le mestruazioni.

Se c'entrano anche fattori psicologici, allora "è nella sua testa"?

No: significa il contrario — che il dolore è reale e ha più cause insieme, non che sia immaginato. La review propone un modello biopsicosociale: nessun singolo interruttore, ma più fattori che si intrecciano.

Il punto è delicato e va detto con onestà: dire che ci sono anche fattori psicosociali non vuol dire "è tutto nella sua testa". Vuol dire il contrario — che il dolore dell'adolescenza è reale e multifattoriale, e liquidarlo come capriccio ignora una biologia che sta cambiando sul serio.

Cosa cambia per chi allena e per chi cresce una figlia

Una precisazione doverosa: questa è letteratura di neuroscienze e pediatria, non di scienze dello sport. Riguarda gli adolescenti in generale, non le atlete nello specifico, e va presa come contesto scientifico di base — non come dato su performance o allenamento. Con questo limite in chiaro, tre indicazioni tengono:

Lo stesso vale per il dolore muscoloscheletrico che dura: un ginocchio che fa male da mesi in un'adolescente non è un dolore di crescita che passa da solo, ed è il caso in cui "osservare gli schemi" ha la resa più alta — ne abbiamo scritto qui. Vale anche un'avvertenza sul lessico: "frequente" e "normale" non sono sinonimi. È lo stesso equivoco che tiene in silenzio un altro sintomo diffusissimo tra le giovani atlete, le perdite di urina durante i salti — comuni in quasi una su due, eppure taciute all'allenatore dall'87% delle ragazze.

Il ruolo di BAB

È esattamente qui che BAB lavora. Dà all'atleta uno spazio privato in cui registrare i propri segnali — compreso il dolore, con un'intensità che si può seguire nel tempo — trasformando sensazioni sparse in uno schema leggibile. Aggiunge un layer educativo che spiega, in un linguaggio non clinico e non allarmista, perché certe cose cambiano a quest'età. E alle società restituisce solo segnali aggregati e anonimi, mai il dato della singola.

Non è uno strumento diagnostico e non pretende di esserlo: serve a riconoscere e a dare parole a ciò che il corpo fa proprio nella finestra in cui il dolore, la ricerca lo mostra, cambia di più. Perché la differenza tra "fare la difficile" e "avere qualcosa di reale da dire" spesso è solo un modo semplice per accorgersene.

Fonti

Questo articolo ha finalità informative e divulgative e non costituisce parere medico. In caso di dolore intenso o persistente, rivolgiti a un professionista sanitario.

A quattordici anni ha più mal di pancia e mal di testa: è normale?

Il dolore clinico — mal di testa, dolore addominale, dolore mestruale — tende ad aumentare durante la pubertà. In uno studio su oltre 15.000 adolescenti, il dolore addominale dopo la pubertà saliva a quasi il 30% nelle ragazze, contro il 16% nei ragazzi (Nahman-Averbuch et al., 2023). È un cambiamento documentato, non un capriccio. Resta però importante non auto-diagnosticare: un dolore intenso o persistente va sempre valutato da un medico.

Le ragazze 'sentono' più dolore dei ragazzi?

Le differenze emergono durante l'adolescenza, non prima. Tra i 9 e gli 11 anni non c'è differenza tra i sessi nel dolore a stimoli controllati; in tarda adolescenza le ragazze mostrano in media soglie più basse, cioè maggiore sensibilità (Nahman-Averbuch et al., 2023). È fisiologia dello sviluppo, non fragilità caratteriale.

Perché ha senso tracciare il dolore per un'atleta di 13-14 anni?

Perché è proprio la finestra in cui il dolore cambia e le differenze tra i sessi si formano. Registrare intensità e ricorrenza nel tempo trasforma un sintomo isolato in uno schema leggibile — utile per capirsi e per parlarne con chi di dovere. Monitorare, però, non significa diagnosticare: uno strumento come BAB aiuta a riconoscere i segnali, non sostituisce un professionista.

Quanto è diffuso il dolore mestruale, e quanto pesa davvero?

Molto, e più di quanto si ammetta. Una meta-analisi di 38 studi su 21.573 giovani donne sotto i 25 anni ha stimato una prevalenza di dismenorrea del 71,1% (IC 95% 66,6-75,2), che tra le studentesse in età scolare è del 72,5%. L'impatto è misurabile: il 20,1% riferisce di aver saltato scuola o università a causa del dolore mestruale e il 40,9% dichiara che concentrazione e rendimento in classe ne risentono (Armour et al., 2019). Se toglie ore di scuola, è ragionevole aspettarsi che tolga anche allenamenti.

Il mal di schiena di un'atleta adolescente si spiega con la pubertà?

Non da solo, e questa è una distinzione importante. Il dolore alla schiena compare tra i dolori associati al menarca precoce negli studi di popolazione (Nahman-Averbuch et al., 2023), e nello sport giovanile la lombalgia è comune: prevalenza stimata del 42% negli ultimi 12 mesi tra atleti di 10-19 anni, con il sesso femminile tra i fattori di rischio riportati (Wall et al., 2022). Ma un mal di schiena che dura da settimane in un'atleta di 13-14 anni ha una causa strutturale specifica molto più spesso che in un adulto: nel confronto diretto tra 100 adolescenti sportivi e 100 adulti, la frattura da stress dell'istmo vertebrale spiegava il 47% dei casi contro il 5% (Micheli e Wood, 1995 — campione di clinica specialistica, quindi selezionato). Attribuirlo alla pubertà senza farlo guardare è la scorciatoia da evitare.

Perché il dolore aumenta proprio in adolescenza?

Perché cambiano insieme due cose che di solito si guardano separate: il modo in cui il sistema nervoso elabora il dolore e il contesto in cui l'adolescente vive. La revisione su Trends in Neurosciences descrive un quadro apparentemente contraddittorio: in pubertà il dolore SPERIMENTALE (indotto con stimoli controllati in laboratorio) tende a diminuire, mentre il dolore CLINICO — mal di testa, dolore addominale, dolore mestruale — aumenta (Nahman-Averbuch et al., 2023). Non è quindi «bassa soglia del dolore»: è una fase in cui i meccanismi del dolore si riorganizzano. La conseguenza pratica per chi allena è che il dolore riferito in questa età va trattato come informazione, non come misura del carattere.

Le differenze di dolore tra ragazze e ragazzi ci sono già da bambini?

No: emergono in adolescenza, e questo è uno dei dati più utili da conoscere. Tra i 9 e gli 11 anni le differenze tra maschi e femmine nella sensibilità al dolore non si osservano; compaiono più tardi, con le ragazze che mostrano soglie più basse in alcune misure, e in parallelo aumentano le condizioni di dolore ricorrente (Nahman-Averbuch et al., 2023). Il dolore addominale, per esempio, dopo la pubertà arriva a quasi il 30% nelle ragazze contro il 16% nei ragazzi. Quello che cambia non è la volontà: è la fisiologia, insieme al contesto.

Come si parla di dolore con un’atleta di 13-14 anni senza drammatizzarlo?

Chiedendo dati invece di aggettivi, e non chiedendoli una volta sola. Tre domande funzionano meglio di «ti fa male?»: da quanto tempo dura, dove esattamente, e cosa ti impedisce di fare. La durata è il criterio che ricorre in letteratura per distinguere un dolore da osservare da uno da far vedere; la sede distingue un dolore diffuso da uno puntiforme sull'osso; l'impatto dice se sta già cambiando gli allenamenti. Il registro giusto sta in mezzo tra i due estremi che di solito si usano — «stringi i denti» e «fermati subito» — e nessuno dei due è supportato: il dolore in questa età è informazione da raccogliere, e un dolore che dura va portato a un professionista sanitario.

Come si distingue un dolore da osservare da uno da far vedere a un medico?

Non lo si distingue da soli, e questo articolo non serve a farlo. Alcuni elementi però indicano che è il momento di rivolgersi a un professionista sanitario invece di limitarsi a osservare: un dolore molto intenso, un dolore che non risponde alle misure abituali, un dolore che si ripresenta facendo saltare regolarmente scuola o allenamenti, oppure un dolore nuovo e diverso dal solito. Annotare intensità e ricorrenza serve proprio a questo: arrivare dal medico con una descrizione precisa invece che con un ricordo approssimativo.