Le parole dell'allenatore: come la cultura e il linguaggio dello staff cambiano la salute delle atlete

Più di quanto sembri, e si misura: un allenatore percepito come molto informato si associa a 3,2 sintomi di RED-S in media contro 4,3, cioè il 36% in meno, mentre i commenti sul corpo che mettono a disagio si associano a quattro volte più probabilità di modificare l'alimentazione (Female Athlete Health Report, 2023 — campione adulto, non peer-reviewed).

Cosa dovrebbe sapere — e cosa è meglio non dire mai — chi allena ragazze adolescenti. Le atlete che percepiscono il proprio allenatore come molto informato riportano il 36% di sintomi di RED-S in meno; chi ha ricevuto commenti sul proprio corpo è quattro volte più propensa a modificare l'alimentazione (33% contro 7%). Il linguaggio dello staff non è un contorno neutro dell'allenamento: è una variabile di salute misurabile. I dati, i limiti, e cosa farne domani in palestra.

In uno spogliatoio, una frase come "sei un po' fuori forma rispetto all'anno scorso" non è mai solo una frase. Per chi la dice può essere un incoraggiamento distratto; per una ragazza di quattordici anni può diventare il punto di partenza di settimane passate a contare calorie. Il modo in cui lo racconta la ricerca è netto: quello che lo staff sa e dice non è un contorno neutro dell'allenamento — è una variabile che si misura sulla salute delle atlete. In un senso e nell'altro.

In breve

  • Un allenatore percepito come molto informato si associa a 3,2 sintomi di RED-S in media, contro 4,3 di uno percepito come non informato: -36%.
  • I commenti sul corpo che mettono a disagio sono legati a 4 volte più probabilità di modificare l'alimentazione (33% vs 7%) e a +34% di sintomi di RED-S.
  • Chi dovrebbe sapere spesso non sa: meno del 50% delle atlete conosceva il termine RED-S, e il 30% si è sentito dire da un medico che perdere il ciclo con l'attività fisica è "normale".
  • La leva non è trasformare i coach in medici, ma dare loro cultura di base e linee guida su cosa non dire — e alle atlete un canale che non le costringe a esporsi.

Quanto conta davvero quello che un allenatore sa?

Abbastanza da vedersi nei sintomi delle sue atlete: 36% in meno, nel dato disponibile. La maggior parte dei discorsi sulla salute delle atlete si ferma all'atleta: cosa mangia, come dorme, come gestisce il ciclo. Un dato del Female Athlete Health Report 2023 — una survey su 769 atlete condotta nel Regno Unito da due organizzazioni guidate da atlete (Project RED-S e Kyniska Advocacy) — sposta il baricentro sullo staff.

Le atlete che valutavano il proprio allenatore come "molto ben informato" sulla salute dell'atleta donna riportavano in media 3,2 sintomi di RED-S. Quelle che lo percepivano come non informato: 4,3. Una differenza del 36%, nella stessa direzione che ci si aspetterebbe se la conoscenza dello staff contasse davvero.

RED-S — Relative Energy Deficiency in Sport, la sindrome da bassa disponibilità di energia che intacca ciclo, ossa, sistema immunitario e umore — non è un tema di nicchia: nello stesso campione oltre la metà delle atlete aveva almeno due sintomi, e meno del 50% conosceva persino il termine prima della survey. È esattamente il genere di problema che passa inosservato se nessuno intorno all'atleta sa cosa cercare.

Una precisazione doverosa: questo non è uno studio randomizzato e non dimostra un rapporto di causa-effetto. Ma è uno dei pochissimi dataset che collega esplicitamente il livello di conoscenza percepito dello staff a un esito di salute misurato sulle atlete, con un numero. E la direzione è coerente con tutto il resto della letteratura.

Un commento sul corpo può cambiare come mangia un'atleta?

Sì, e l'effetto è misurato: quattro volte più probabilità di modificare l'alimentazione. Se la conoscenza aiuta, la disattenzione fa danni concreti. Nello stesso report, il 53% delle atlete aveva ricevuto, in ambito sportivo, commenti sul proprio corpo che l'avevano messa a disagio. Chi li aveva ricevuti era quattro volte più propenso a modificare l'alimentazione per "adattarsi" al proprio sport (33% contro 7%) e riportava il 34% di sintomi di RED-S in più.

Il punto è che conta l'effetto, non l'intenzione. "Dovresti scaricare un po'", "quest'anno sei più pesante", persino un complimento sbagliato: nella testa di un'adolescente possono trasformarsi in una regola alimentare. E il terreno è già fragile — il 74% delle atlete si è sentita, a un certo punto, "come se non sembrasse un'atleta", e il 91% si è preoccupata di quante calorie assumeva. In questo contesto, il commento dell'allenatore non cade nel vuoto: cade su una preoccupazione che spesso è già lì.

Quanti allenatori e medici sanno riconoscere i segnali?

Meno della metà: una sintesi delle linee guida cliniche rileva che meno del 50% di medici, allenatori, fisioterapisti e preparatori riconosce tutte e tre le componenti della Triade dell'atleta donna (Romano e Sass, 2025). Verrebbe da pensare che almeno i professionisti abbiano le idee chiare. Non sempre. Nel report UK, il 30% delle atlete si è sentito dire da un professionista sanitario che perdere o ritardare il ciclo con l'attività fisica è normale — un'informazione errata, perché l'amenorrea non è un effetto collaterale innocuo dell'allenamento ma un segnale di allarme. E una sintesi delle linee guida cliniche nota che meno della metà di medici, allenatori, fisioterapisti e preparatori è in grado di riconoscere tutte e tre le componenti della Triade dell'atleta donna (Romano & Sass, 2025, NASPAG Clinical Opinion).

Il vuoto formativo si vede anche da dove arrivano le informazioni. Sempre nel report UK, il supporto specifico sulla salute dell'atleta donna era arrivato per il 49% da internet e social media, per il 16% dal medico di base, per il 4% da una federazione sportiva nazionale e per lo 0,12% dalla scuola. Tradotto: l'istituzione che dovrebbe accompagnare le ragazze — la società, la federazione, la scuola — è quasi assente, e il vuoto lo riempie il feed di un telefono.

Vale anche a 13-14 anni?

Qui serve onestà. Il campione del report UK ha un'età media di 32 anni: fotografa un pattern nella popolazione atletica adulta, non una prevalenza nelle atlete di 13-14 anni, che sono il cuore del lavoro di BAB. Prendere quei numeri e appiccicarli alle adolescenti sarebbe scorretto.

Due elementi, però, indicano che l'adolescenza è proprio la finestra in cui questa cultura fa la differenza:

Il pattern degli adulti, insomma, non è un destino: è ciò che accade quando la cultura non viene costruita nel momento giusto. E il momento giusto è adesso.

Cosa può fare lo staff da subito, senza competenze cliniche?

Tre abitudini che non richiedono un titolo sanitario: normalizzare senza indagare, trattare i sintomi come informazioni invece che come scuse, e sapere a chi indirizzare. Nulla di tutto questo chiede all'allenatore di diventare un medico. Chiede poche abitudini, sostenibili:

E, sul piano della società: le atlete stesse indicano cosa vorrebbero — il 56% chiede un sito con risorse affidabili, il 34% workshop online. La formazione minima dello staff non è un lusso: nel report è una delle quattro raccomandazioni esplicite (formazione RED-S obbligatoria nei percorsi di certificazione dei coach).

Il ruolo di BAB

BAB lavora esattamente su questo doppio fronte. All'atleta dà uno spazio privato per riconoscere i propri segnali e un layer educativo che colma il vuoto formativo — quel "l'ho imparato da sola" che riguarda la maggior parte delle atlete. Allo staff dà due cose che i dati indicano come decisive: cultura di base (compreso cosa non dire, perché il "-34% / +34%" dei commenti sul corpo è una linea guida di comunicazione, non un dettaglio) e solo segnali aggregati e anonimi della squadra — mai il ciclo o la salute della singola.

È il modo di trasformare un allenatore attento in un allenatore informato senza chiedergli di diventare altro, e di dare alla ragazza un canale che non la obbliga a una conversazione che a quattordici anni, quasi sempre, non avviene. Perché le parole dello staff contano: tanto vale renderle un fattore protettivo.

Fonti

Questo articolo ha finalità informative e divulgative e non costituisce parere medico.

Un allenatore deve diventare un esperto di ciclo e RED-S?

No. Non deve fare diagnosi né conoscere il dato individuale di ciascuna atleta. Deve però avere una cultura di base: nel Female Athlete Health Report 2023 (769 atlete, UK), chi percepiva il proprio allenatore come 'molto informato' riportava in media 3,2 sintomi di RED-S contro 4,3 di chi lo percepiva come non informato — il 36% in meno. La conoscenza dello staff, anche solo di base, si associa a un esito di salute migliore.

Perché un commento sul corpo è un problema, se lo dico 'per motivare'?

Perché conta l'effetto, non l'intenzione. Nello stesso report, le atlete che avevano ricevuto commenti sul proprio corpo che le mettevano a disagio erano quattro volte più propense a modificare l'alimentazione per 'adattarsi' (33% contro 7%) e riportavano il 34% di sintomi di RED-S in più. Una frase detta di sfuggita può innescare comportamenti che durano mesi.

Cosa NON dovrebbe mai dire un allenatore a un'atleta adolescente?

La regola più semplice è togliere il corpo dal vocabolario del campo: niente commenti su peso, forma fisica o su "come sembra" un'atleta — nemmeno per motivare, nemmeno sotto forma di complimento. Nel Female Athlete Health Report 2023, il 53% delle atlete aveva ricevuto in ambito sportivo commenti sul corpo che l'avevano messa a disagio, e chi li aveva ricevuti era quattro volte più propensa a modificare l'alimentazione (33% contro 7%). Al loro posto funzionano le domande su come ci si sente e su cosa si riesce a fare: descrivono la prestazione senza giudicare la persona.

Come si apre il discorso senza invadere la privacy di una ragazza?

Normalizzando senza indagare. Una frase come "qui se ne può parlare, e nessuno ti valuta per questo" apre la porta senza chiedere alcun dettaglio privato: è l'atleta a decidere se, quando e quanto raccontare. Vale per il ciclo, per il dolore, per la stanchezza e per i sintomi di cui si parla ancora meno. La differenza pratica è che l'allenatore non deve raccogliere informazioni di salute: deve rendere possibile che una ragazza ne parli con qualcuno, e sapere a chi indirizzarla.

Un'atleta dice che ha male: come dovrebbe rispondere un allenatore?

Trattando il dolore come informazione, non come una posizione da negoziare. Tre domande fanno quasi tutto il lavoro: da quanto tempo, sempre nello stesso punto, e peggiora facendo cosa. Servono perché nello sport giovanile diversi dolori che sembrano banali non lo sono: un dolore al ginocchio che dura da mesi ha una durata mediana di 24 mesi negli adolescenti (Rathleff et al., 2013) e un mal di schiena che dura da settimane in un'atleta di 13-14 anni è, statisticamente, molto più spesso una frattura da stress della colonna che una contrattura (Micheli e Wood, 1995). La risposta utile non è né «stringi i denti» né allarmarsi: è annotare e indirizzare a un professionista sanitario.

Chi dovrebbe formare gli allenatori sulla salute delle atlete?

Oggi, di fatto, nessuno — ed è questo il problema. Nel Female Athlete Health Report 2023 il supporto specifico sulla salute dell'atleta donna arrivava per il 49% da internet e social media, per il 16% dal medico di base, per il 4% da una federazione sportiva nazionale e per lo 0,12% dalla scuola. Le atlete stesse indicano cosa vorrebbero: il 56% chiede un sito con risorse affidabili e il 34% workshop online. Il report include tra le sue raccomandazioni esplicite una formazione RED-S obbligatoria nei percorsi di certificazione dei coach. Attenzione: è un report di advocacy su 769 atlete con età media 32 anni, non uno studio peer-reviewed.

Serve un allenatore donna perché una ragazza parli del proprio corpo?

Aiuta molto, ma non è l'unica leva. Nei dati su 1.086 atlete in 57 sport, parla di ciclo mestruale con il proprio allenatore il 55% di chi ha un'allenatrice donna contro il 4% di chi ha un allenatore uomo (Höök et al., 2022). Il divario è enorme, ma la conclusione operativa non è «servono solo allenatrici»: è che il canale conta più della persona. Una società che offre un referente scelto dall'atleta, un modo di segnalare che non passa dallo spogliatoio e uno staff che ha detto una volta «qui se ne può parlare» riduce la dipendenza dal genere di chi allena.

Questi dati valgono anche per le atlete di 13-14 anni?

Vanno usati con cautela: il report UK ha un'età media di 32 anni, quindi fotografa un pattern nella popolazione atletica adulta, non una prevalenza nelle 13-14enni. Ma altre fonti indicano che l'adolescenza è proprio il momento in cui intervenire: il picco di formazione ossea è tra i 10 e i 14 anni (NASPAG, 2025) e già a 13-18 anni il 44% delle atlete crede che perdere il ciclo sia una risposta normale all'allenamento (Armento et al., 2021). La disinformazione, e la finestra per correggerla, iniziano presto.