Tra le atlete di 13-18 anni, chi è altamente specializzata in un solo sport ha 2,93 volte le probabilità di aver avuto un infortunio. Allenarsi più ore a settimana dei propri anni d'età raddoppia il rischio di infortunio grave da sovraccarico. E gli atleti che arrivano davvero in cima hanno iniziato il loro sport principale più tardi, non prima. I dati, i limiti dei dati, e le tre domande che dicono se una ragazza è già specializzata.
In letteratura si misura con tre domande: l'atleta si allena in un solo sport per più di 8 mesi all'anno? Ha scelto uno sport principale sopra gli altri? Ha smesso gli altri sport per concentrarsi su quello? Tre «sì» equivalgono ad alta specializzazione, due a specializzazione moderata, uno o zero a bassa (scala a 3 punti di Jayanthi, usata in Bell et al., 2018 e Okoruwa et al., 2022). Non è una questione di talento o di impegno: è una descrizione di come è organizzato l'anno sportivo.
I dati indicano un'associazione. In uno studio su 219 atlete di 13-18 anni, le altamente specializzate avevano 2,93 volte le probabilità di riferire una storia di infortuni rispetto alle poco specializzate (IC 95% 1,38-6,24), e le moderatamente specializzate 3,62 volte quelle di riferire una frattura da stress (IC 95% 1,27-10,26) (Okoruwa et al., 2022). Una meta-analisi più ampia, su atleti di entrambi i sessi, stima un rischio di infortunio da sovraccarico 1,81 volte più alto nei molto specializzati rispetto ai poco specializzati (Bell et al., 2018). Sono studi osservazionali su campioni non enormi: descrivono una direzione, non una causa dimostrata.
Il riferimento più usato è una regola semplice: non più ore di sport organizzato a settimana degli anni d'età. Nei giovani atleti che superano quella soglia le probabilità di un infortunio grave da sovraccarico sono 2,07 volte più alte (IC 95% 1,40-3,05) (Jayanthi et al., 2015). L'American Academy of Pediatrics riprende questa indicazione insieme a un tetto di 16 ore settimanali, precisando però che la soglia esatta non è ancora stabilita e va confermata da studi longitudinali (Brenner e AAP, 2016). È un'indicazione prudenziale, non una legge fisiologica.
Le prove dicono il contrario. Una meta-analisi su 51 studi, 6.096 atleti di cui 772 tra i migliori al mondo, ha trovato che gli atleti di livello mondiale da adulti avevano praticato più sport diversi da bambini, iniziato più tardi il loro sport principale e accumulato meno ore di pratica specifica rispetto agli atleti di livello nazionale — progredendo anche più lentamente all'inizio (Güllich et al., 2022). Chi eccelle da giovanissimo, invece, ha spesso iniziato prima: il vantaggio precoce esiste, ma non è quello che predice il livello adulto.
In parte. L'American Academy of Pediatrics riconosce che pattinaggio, ginnastica artistica, ginnastica ritmica e tuffi possono richiedere una specializzazione più precoce, perché il picco di prestazione arriva prima della maturazione fisica — ma aggiunge che non è noto se quel tipo di allenamento sia sicuro per la salute a lungo termine, e che le atlete di questi sport risultano più esposte agli infortuni da sovraccarico e ai problemi legati alla bassa disponibilità energetica (Brenner e AAP, 2016). Non significa smettere: significa che in questi sport i giorni di riposo, i mesi di stacco e il monitoraggio dell'energia contano di più, non di meno.
La guidance dell'American Academy of Pediatrics indica almeno 1-2 giorni a settimana liberi dallo sport specifico e almeno 3 mesi all'anno di stacco dal proprio sport, distribuiti in blocchi di un mese, restando comunque attivi in altre attività (Brenner e AAP, 2016). È una raccomandazione di consenso basata su evidenza limitata, non un protocollo validato: il suo scopo dichiarato è dare margine al recupero fisico e psicologico in una fase in cui il corpo sta ancora crescendo.