Genitori a bordo campo: cosa chiedono davvero le atlete prima, durante e dopo la partita
In interviste individuali a 36 atlete di 12-15 anni (età media 13,5) di sport di squadra, tre preferenze sono state riportate da tutte e 36: che i genitori incoraggino la squadra intera e non solo la propria figlia, che guardino all'impegno invece che al risultato, e che tengano sotto controllo le proprie emozioni. I comportamenti meno graditi erano dare indicazioni tecniche da fuori (29 atlete su 36) e discutere con gli arbitri (31 su 36) (Knight, Neely e Holt, 2011 — studio qualitativo su 36 atlete canadesi, descrive preferenze e non effetti misurati).
Nessuno insegna a un genitore come stare a bordo campo, e quasi tutti scoprono da soli che qualcosa non funziona — di solito in macchina, sulla strada di casa. La ricerca però lo ha chiesto direttamente alle ragazze: 36 atlete di 12-15 anni hanno descritto cosa vogliono dai genitori prima, durante e dopo la partita, e su tre comportamenti la risposta è stata unanime, 36 su 36. Non è un galateo: è una mappa di cosa arriva davvero dall'altra parte del campo.
Nessuno insegna a un genitore come si sta a bordo campo. Si impara guardando gli altri genitori, che a loro volta hanno imparato guardando altri genitori, e il risultato è una tradizione orale fatta di buone intenzioni non verificate: incoraggiare forte, dare qualche indicazione utile, difendere la propria figlia se l'arbitro sbaglia, e poi in macchina fare il punto sulla partita finché è ancora fresca.
Quasi ogni riga di quel programma, quando lo si è chiesto direttamente alle atlete, è risultata sbagliata.
Non per motivi morali — nessuno di questi comportamenti nasce da cattiveria — ma per un motivo molto più semplice: chi sta in campo e chi sta in tribuna hanno due esperienze diverse della stessa partita, e nessuno dei due lo sa. Questo articolo mette insieme quello che le ragazze hanno detto quando qualcuno gliel'ha chiesto, e prova a essere preciso su una cosa che di solito viene detta a sentimento.
In breve
- Interviste individuali a 36 atlete di 12-15 anni (media 13,5) di sport di squadra: tutte e 36 chiedono che i genitori incoraggino la squadra intera, guardino all'impegno e non al risultato, e controllino le proprie emozioni.
- I comportamenti respinti: non allenare da fuori (29 su 36), non discutere con gli arbitri (31 su 36), non attirare l'attenzione su di sé o sulla figlia (28 su 36).
- Prima della partita servono due cose: aiuto pratico (30 su 36) e capire che molte non vogliono parlare della gara prima di giocarla (33 su 36).
- Dopo: feedback positivo ma onesto, nella sequenza cose buone → punti da migliorare → cose buone, e quando lo decide lei (33 su 36).
- La presenza di entrambi i genitori si associava a più ansia pre-gara in 341 giovani atleti — ma l'assenza non si associava a meno ansia. Non è una ragione per non venire.
- In 69 partite di hockey giovanile si contano in media 105 commenti dagli spalti a partita, in maggioranza positivi: il problema non è il tono medio, è il volume.
Che cosa succede quando lo si chiede direttamente alle atlete?
Succede una cosa rara nella ricerca sullo sport giovanile: le risposte coincidono.
Tre ricercatori dell'Università dell'Alberta hanno intervistato individualmente 36 atlete fra i 12 e i 15 anni (età media 13,5, deviazione standard 1,0), tutte impegnate in sport di squadra con almeno una gara al mese: calcio (12), pallavolo (10), basket (9), ringette (2), softball (2), hockey su ghiaccio (1). Le interviste, una per atleta, sono durate in media 35 minuti e chiedevano una cosa sola: che cosa vuoi che facciano i tuoi genitori — prima, durante e dopo la partita (Knight, Neely e Holt, 2011).
L'elemento metodologico che rende questo studio interessante è la conta. Per ogni tema, gli autori riportano quante atlete lo hanno sollevato spontaneamente. E tre temi sono stati sollevati da 36 atlete su 36.
Prima di leggere quali, conviene fissare i limiti del dato, perché contano quanto il dato. È uno studio qualitativo: descrive le preferenze delle ragazze, non misura l'effetto dei comportamenti genitoriali sulla prestazione, sull'ansia o sull'abbandono. Le partecipanti erano 36, reclutate in camp estivi di una università del Canada occidentale, quindi ragazze già dentro un percorso sportivo strutturato. Nessuna delle frasi che seguono è una legge: sono richieste espresse in modo sorprendentemente concorde da un gruppo piccolo e ben definito di atlete della stessa età delle ragazze di cui si occupa BAB.
Che cosa chiedono tutte, senza eccezioni?
Le tre richieste unanimi sono queste.
Tifare per la squadra intera, non solo per la propria figlia (36 su 36). Le motivazioni raccolte sono di due tipi. La prima è di clima: quando i genitori conoscono e incoraggiano tutte, la squadra percepisce sostegno collettivo e chi quella settimana non ha nessuno in tribuna ha comunque qualcuno che tifa per lei. La seconda è più sottile e riguarda la figlia stessa: il tifo indirizzato a una sola persona la espone, e l'esposizione è precisamente ciò che le ragazze di questa età cercano di evitare.
Guardare all'impegno, non al risultato (36 su 36). Le atlete descrivono la conseguenza in modo molto concreto: quando i genitori mostrano di tenere all'impegno più che al punteggio, la pressione percepita scende e la partita torna a essere una partita. Quando invece l'attenzione è sul risultato, l'esperienza cambia di segno — nello studio compare la testimonianza di una ragazza che collega la critica paterna a fine partita al non aver più voglia di andare al proprio sport.
Controllare le proprie emozioni (36 su 36). Non «non emozionarsi»: le atlete vogliono che i genitori vengano, guardino, applaudano e mostrino interesse. Chiedono che le emozioni estreme — in positivo e in negativo — restino sotto controllo. La distinzione che tracciano è fra un genitore presente e un genitore che diventa un evento a sé.
A queste tre si aggiunge una quarta richiesta quasi altrettanto diffusa, interagire in modo positivo per tutta la partita (34 su 36), con una precisazione che vale la pena riportare: il momento in cui le atlete dicono di avere più bisogno di sentire i genitori non è quando stanno vincendo, è quando stanno perdendo.
Perché «dare indicazioni da fuori» è il consiglio che funziona meno?
Perché mette la figlia in un conflitto che non può risolvere mentre gioca.
29 atlete su 36 hanno chiesto ai genitori di non fare gli allenatori durante la partita (Knight, Neely e Holt, 2011). Le spiegazioni raccolte non parlano di orgoglio ferito, parlano di traffico di informazioni: le indicazioni dal bordo campo contraddicono quelle dell'allenatore, e l'atleta si trova a scegliere a chi obbedire nel mezzo di un'azione. Il costo non è teorico — è il tempo di reazione speso a decidere invece che a giocare.
Lo stesso risultato emerge in un campione diverso e più giovane. In uno studio statunitense, 57 fra bambini e ragazzi di 7-14 anni (28 maschi e 29 femmine, età media 9,7) hanno descritto come si comportano i genitori alle competizioni e come vorrebbero che si comportassero. L'analisi ha prodotto tre «ruoli»: il genitore che sostiene, l'allenatore esigente e il tifoso fuori controllo. Dare istruzioni durante l'azione ricade nel secondo ruolo, tollerato solo in circostanze limitate (Omli e Wiese-Bjornstal, 2011). Quel campione è più giovane e comprende maschi e femmine: serve a mostrare che il fenomeno non è specifico delle adolescenti, non a quantificarlo in loro.
C'è però un'eccezione, ed è descritta con precisione. Se l'atleta percepisce nel genitore una competenza reale nello sport o una buona comprensione degli obiettivi di squadra, un'indicazione tecnica può essere utile — a quattro condizioni: che sia rivolta solo alla propria figlia, che arrivi prima o dopo la partita e non durante, che rinforzi e non contraddica quello che dice l'allenatore, e che sia posta come suggerimento, non come aspettativa da soddisfare.
Vale la pena notare che la stessa preferenza era già emersa in 42 tennisti e tenniste di 12-15 anni: niente consigli tecnici e tattici, sì a commenti su impegno e atteggiamento e a consigli pratici (Knight, Boden e Holt, 2010).
Discutere con l'arbitro difende davvero una ragazza?
No: secondo chi gioca, la espone.
31 atlete su 36 hanno indicato le discussioni dei genitori con gli arbitri come distrazione e come fonte di imbarazzo (Knight, Neely e Holt, 2011). L'aspetto meno intuitivo è verso chi si prova quell'imbarazzo: non solo verso i compagni di tribuna, ma verso la squadra. Le atlete descrivono la sensazione di dover rispondere del comportamento del proprio genitore davanti alle compagne — una responsabilità che nessuno ha chiesto loro di prendersi e che continua nello spogliatoio, dopo.
Nel campione statunitense più giovane, litigare con gli arbitri, incolpare gli arbitri del risultato e urlare rientrano tutti nel ruolo del «tifoso fuori controllo», quello contro cui i figli esprimono la preferenza più costante (Omli e Wiese-Bjornstal, 2011). Nello stesso studio esiste un'unica forma di intervento vocale che i bambini consideravano giustificata: quella protettiva, quando il gioco diventa pericoloso e qualcuno rischia di farsi male davvero.
Quanto rumore c'è davvero a bordo campo?
Più di quanto sembri a chi parla, e questa è la parte del quadro che spiega perché il problema esiste anche quando nessuno si comporta male.
In un'osservazione naturalistica condotta in una grande città canadese, cinque osservatori hanno seguito 69 partite di hockey giovanile codificando i commenti degli spettatori: in media 105 commenti a partita, in maggioranza di tono positivo e diretti ai giocatori (Bowker et al., 2009). Un altro gruppo ha osservato 120 ore di partite di calcio giovanile con atleti di 10-14 anni (Holt et al., 2008); nella sintesi che ne fanno Knight e colleghi, circa un terzo dei commenti era lode o incoraggiamento e un altro terzo era costituito da istruzioni, mentre i commenti negativi e quelli dispregiativi erano una quota minore.
La lettura corretta di questi numeri non è «i genitori sono un problema». È che il volume è alto, che la quota di indicazioni tecniche è tutt'altro che marginale, e che in centinaia di frasi bastano quelle poche mal calibrate perché una ragazza le porti a casa. Il rumore medio è benevolo; l'esperienza individuale dipende dalle eccezioni.
Andare a vedere le partite aumenta l'ansia?
Qui i dati sono più scomodi di come vengono di solito riassunti, e conviene riportarli per intero.
In uno studio francese su 341 giovani atleti e atlete — 201 di basket e 140 di tennis — misurati con questionari prima di una gara ufficiale, la presenza di entrambi i genitori si associava a un'ansia pre-competitiva più alta in tutti i sottogruppi tranne i tennisti maschi. Ma nello stesso studio l'assenza di entrambi i genitori non si associava a un'ansia minore (Bois, Lalanne e Delforge, 2009).
Le due frasi vanno lette insieme, perché prese separatamente autorizzano due conclusioni opposte ed entrambe sbagliate. La prima da sola suggerirebbe di non andare; la seconda mostra che togliere la presenza non toglie l'ansia. Quello che cambia, nello stesso studio, è come si è presenti: comportamenti direttivi e pressione erano associati a più ansia pre-gara, mentre lodi e comprensione erano associate a meno ansia — e questo risultato, nelle tenniste, valeva solo per loro.
Due avvertenze necessarie. È uno studio trasversale: fotografa associazioni in un momento solo e non dimostra che un comportamento causi l'altro. E il campione comprende atleti e atlete di due sport, con risultati che differiscono fra sport e fra sessi — il che è a sua volta l'informazione utile: non esiste un unico effetto «genitore in tribuna».
Dopo la partita: qual è il momento giusto per parlarne?
Quello che decide lei, non quello in cui parte la macchina.
33 atlete su 36 hanno descritto le proprie preferenze sul feedback post-partita, e il quadro è più esigente di quanto ci si aspetti (Knight, Neely e Holt, 2011). Vogliono un ritorno positivo, sì, ma esplicitamente onesto: apprezzavano che i genitori non dicessero che era andata bene quando era andata male — «sostenere, ma non al punto di mentire», nelle parole di una delle intervistate. La struttura che descrivono è una sequenza: prima quello che è andato bene, poi un paio di punti su cui lavorare, poi di nuovo qualcosa di positivo.
Sul quando, due indicazioni pratiche. La prima: subito dopo la partita, prima che la squadra si sciolga, sono graditi i commenti positivi — anche dai genitori delle compagne, che secondo le atlete hanno un peso specifico. Qualunque critica costruttiva, invece, va detta lontano dagli altri. La seconda: le atlete chiedono che i genitori sappiano leggerle e accettino il rinvio. Nello studio compare la richiesta esplicita di poter dire «possiamo parlarne dopo?» e di essere ascoltate. Molte chiedono anche di poter stare prima con la squadra: il ritrovo dopo la partita è parte della partita.
Ed è esattamente qui che si colloca il pezzo di ricerca più rilevante e meno noto. Una ricerca qualitativa australiana su 86 fra genitori e figli del football australiano giovanile, basata su focus group e interviste individuali, ha studiato specificamente il debriefing post-partita — quello che succede all'uscita dal campo e sulla strada di casa — osservando che è un momento largamente ignorato dalla ricerca e centrale nell'esperienza di chi gioca (Elliott e Drummond, 2017). È uno studio su un campione australiano di football giovanile, quindi prevalentemente maschile: descrive un meccanismo, non una misura valida per le atlete italiane.
Il meccanismo, però, è riconoscibile ovunque. Il viaggio in macchina è il primo momento in cui genitore e figlia sono soli, la partita è ancora addosso a entrambi, e uno dei due ha appena finito di correre per un'ora. Non è un buon momento per un'analisi tecnica. È un ottimo momento per una domanda sola — «com'è andata per te?» — e per la disponibilità ad accettare come risposta anche il silenzio.
Perché «divertirsi» non è una parola vaga
Perché è stata scomposta e misurata.
Uno studio ha chiesto a 142 giocatori e giocatrici di calcio, 37 allenatori e 57 genitori di elencare tutto ciò che rende divertente praticare uno sport, poi di raggruppare e valutare le idee raccolte. Il risultato è una mappa con 11 dimensioni del divertimento composte da 81 determinanti distinti (Visek et al., 2015). Il divertimento, in altre parole, non è il contrario dell'impegno né una concessione ai più piccoli: è un costrutto articolato che comprende imparare, migliorare, far parte di un gruppo e sentirsi trattati bene.
Questo conta per un genitore per una ragione precisa. Le stesse cose che le atlete chiedono a bordo campo — tifo per tutta la squadra, attenzione all'impegno, assenza di pressione sul risultato — non sono richieste di abbassare l'asticella. Sono le condizioni in cui l'asticella si può alzare senza che qualcuno smetta. E l'abbandono, in questa fascia d'età, non è un rischio teorico: fra le ragazze tesserate a 10-14 anni la quota che lascia lo sport senza mai rientrare è del 71%.
Cosa può fare un genitore da domenica prossima
Sei comportamenti, tutti derivati direttamente da quello che le atlete hanno chiesto.
- Prima: occuparsi della logistica (30 su 36 lo chiedono) e domandare «vuoi parlarne o preferisci pensare ad altro?» invece di dare per scontato che parlare aiuti (33 su 36 hanno posto la questione della preparazione mentale).
- Durante — tifare per tutte. Il nome delle compagne, non solo quello della figlia. È la richiesta più unanime dello studio.
- Durante — commentare l'impegno, non il punteggio. «Bella pressione su quella palla» funziona; «dovevate vincerla» sposta il peso su un esito che l'atleta non controlla da sola.
- Durante — niente indicazioni tecniche. Se c'è qualcosa di utile da dire, esiste un momento apposta: prima o dopo, a lei sola, in accordo con l'allenatore, come proposta.
- Durante — l'arbitro non è un interlocutore. Trentuno atlete su 36 hanno detto che quella discussione la pagano loro, in imbarazzo, davanti alla squadra.
- Dopo — lasciare che decida lei quando. Prima la squadra, poi eventualmente la partita. E se la risposta a «com'è andata?» è «non ne voglio parlare», quella è una risposta completa.
Nessuno di questi punti richiede competenze sportive. Tutti richiedono di rinunciare a qualcosa che sembrava utile — ed è questa, non la cattiva volontà, la parte difficile.
Il ruolo di BAB
Su questo tema BAB fa una cosa sola e conviene dirla per quello che è: non valuta i genitori, non raccoglie giudizi sul loro comportamento e non produce report su nessuna famiglia.
Quello che offre è uno spazio privato dell'atleta, in cui una ragazza registra nel tempo i propri segnali — carico, energia, umore, dolore — e vede emergere gli schemi. Se le settimane peggiori coincidono sistematicamente con le trasferte, con certi tipi di partita o con periodi di pressione particolare, quello schema diventa visibile a lei per prima. Alle società tornano solo dati aggregati e anonimi, mai il diario della singola.
Il contributo educativo è l'altra metà: dare a una famiglia parole precise per una cosa di cui si parla poco, in modo che «mio padre si arrabbia con l'arbitro» possa diventare una conversazione fra loro invece di un imbarazzo silenzioso che nessuno nomina. È lo stesso principio che vale per le parole di chi allena: il contorno di una partita non è neutro, e si può cambiare senza chiedere a nessuno di volere meno bene a sua figlia.
Quando rivolgersi a un professionista
Le indicazioni di questo articolo riguardano il comportamento, non la salute mentale. Se una ragazza mostra un malessere che dura settimane, se ha smesso di provare piacere in una cosa che le piaceva, se l'ansia prima delle partite le condiziona anche sonno, scuola e rapporti, oppure se dice di voler smettere in un modo che non somiglia a un cambio di interessi, quello non è terreno da correggere con un tifo migliore: è il momento di parlarne con il pediatra o il medico di famiglia, che sapranno indicare il percorso adatto. Su questo il blog ha un articolo dedicato all'ansia da prestazione e al burnout.
Fonti
- Knight C.J., Neely K.C., Holt N.L. Parental Behaviors in Team Sports: How do Female Athletes Want Parents to Behave? Journal of Applied Sport Psychology, 2011;23(1):76-92. (studio qualitativo: interviste individuali a 36 atlete di 12-15 anni, età media 13,5, di sport di squadra nel Canada occidentale, reclutate in camp estivi; riporta preferenze delle atlete, non effetti misurati su prestazione o salute. Accordo fra i due codificatori: 100% sulle dimensioni generali, 95% sui temi) doi:10.1080/10413200.2010.525589
- Omli J., Wiese-Bjornstal D.M. Kids Speak: Preferred Parental Behavior at Youth Sport Events. Research Quarterly for Exercise and Sport, 2011;82(4):702-711. (studio qualitativo su 57 bambini e ragazzi di 7-14 anni, età media 9,7 — 28 maschi e 29 femmine — negli Stati Uniti; campione più giovane e misto, non specifico delle adolescenti) doi:10.1080/02701367.2011.10599807
- Knight C.J., Boden C.M., Holt N.L. Junior Tennis Players' Preferences for Parental Behaviors. Journal of Applied Sport Psychology, 2010;22(4):377-391. (42 tennisti e tenniste di 12-15 anni; sport individuale, campione misto) doi:10.1080/10413200.2010.495324
- Bois J.E., Lalanne J., Delforge C. The influence of parenting practices and parental presence on children's and adolescents' pre-competitive anxiety. Journal of Sports Sciences, 2009;27(10):995-1005. (341 giovani atleti e atlete francesi — 201 basket, 140 tennis — misurati prima di una gara ufficiale. Studio trasversale: descrive associazioni, non nessi causali; i risultati differiscono fra sport e fra sessi) doi:10.1080/02640410903062001
- Bowker A., Boekhoven B., Nolan A., Bauhaus S., Glover P., Powell T., Taylor S. Naturalistic Observations of Spectator Behavior at Youth Hockey Games. The Sport Psychologist, 2009;23(3):301-316. (osservazione naturalistica di 69 partite di hockey giovanile in una grande città canadese; media di 105 commenti a partita, in maggioranza positivi e diretti ai giocatori) doi:10.1123/tsp.23.3.301
- Holt N.L., Tamminen K.A., Black D.E., Sehn Z.L., Wall M.P. Parental involvement in competitive youth sport settings. Psychology of Sport and Exercise, 2008;9(5):663-685. (osservazione di 120 ore di partite di calcio giovanile con atleti di 10-14 anni; le proporzioni dei tipi di commento citate qui sono riportate nella sintesi di Knight, Neely e Holt, 2011) doi:10.1016/j.psychsport.2007.08.001
- Elliott S.K., Drummond M.J.N. Parents in youth sport: what happens after the game? Sport, Education and Society, 2017;22(3):391-406. (ricerca qualitativa su 86 fra genitori e figli nel football australiano giovanile, focus group e interviste individuali; campione prevalentemente maschile e in un contesto sportivo specifico) doi:10.1080/13573322.2015.1036233
- Visek A.J., Achrati S.M., Mannix H.M., McDonnell K., Harris B.S., DiPietro L. The Fun Integration Theory: Toward Sustaining Children and Adolescents Sport Participation. Journal of Physical Activity and Health, 2015;12(3):424-433. (142 giocatori e giocatrici di calcio, 37 allenatori e 57 genitori negli Stati Uniti; concept mapping, 11 dimensioni e 81 determinanti del divertimento) doi:10.1123/jpah.2013-0180
- Eime R., Harvey J., Charity M., Westerbeek H. Longitudinal Trends in Sport Participation and Retention of Women and Girls. Frontiers in Sports and Active Living, 2020;2:39. (29.225 atlete australiane, dati di tesseramento su 7 anni; dato citato qui per l'abbandono fra le tesserate a 10-14 anni) doi:10.3389/fspor.2020.00039
Questo articolo ha finalità informative ed educative e non costituisce parere medico, psicologico o pedagogico. Descrive preferenze raccolte in studi su gruppi di atlete e ragazzi, non regole valide per ogni figlia: la fonte più affidabile su cosa funziona con una singola ragazza resta la ragazza stessa. Se il disagio legato allo sport dura nel tempo o riguarda anche il sonno, la scuola e i rapporti, parlatene con il pediatra o il medico di famiglia.
Cosa vogliono davvero le giovani atlete dai genitori durante la partita?
Tre cose, e su queste tre la ricerca ha trovato un accordo raro. In interviste individuali a 36 atlete di sport di squadra fra i 12 e i 15 anni (età media 13,5), tutte e 36 hanno chiesto che i genitori incoraggino la squadra intera e non soltanto la propria figlia, che guardino all'impegno invece che al risultato, e che mantengano il controllo delle proprie emozioni; 34 su 36 hanno chiesto interazioni positive per tutta la durata della partita (Knight, Neely e Holt, 2011). Attenzione al tipo di dato: è uno studio qualitativo su 36 ragazze reclutate in camp estivi nel Canada occidentale, quindi descrive che cosa le atlete preferiscono, non che cosa migliora la prestazione.
Dare consigli tecnici dal bordo campo aiuta mia figlia?
È il comportamento che le atlete respingono più spesso, e la ragione che danno è pratica, non emotiva: 29 atlete su 36 hanno chiesto esplicitamente ai genitori di non fare gli allenatori durante la partita, perché le indicazioni da fuori contraddicono quelle dell'allenatore e costringono a scegliere a chi dare retta mentre il gioco continua (Knight, Neely e Holt, 2011). Nello stesso studio esiste una sola eccezione descritta: se il genitore ha una competenza reale nello sport, un'indicazione può funzionare quando è rivolta solo alla propria figlia, data prima o dopo la partita e non durante, coerente con quello che dice l'allenatore, e formulata come suggerimento e non come pretesa.
Discutere con l'arbitro «per difenderla» che effetto ha?
L'effetto opposto a quello cercato: 31 atlete su 36 hanno indicato le discussioni dei genitori con gli arbitri come una fonte di distrazione e soprattutto di imbarazzo — imbarazzo verso la squadra, non solo verso di sé (Knight, Neely e Holt, 2011). Lo stesso emerge in un campione più giovane e misto: fra 57 bambini e ragazzi di 7-14 anni intervistati negli Stati Uniti, urlare contro arbitri e allenatori rientrava nel ruolo che i figli rifiutavano con maggiore costanza, quello del «tifoso fuori controllo» (Omli e Wiese-Bjornstal, 2011). Va detto che quel secondo campione ha un'età media di 9,7 anni e comprende maschi e femmine: conferma la direzione, non la misura nelle adolescenti.
È meglio non andare a vedere le partite, allora?
No, e questo è il punto in cui i dati smontano la scorciatoia. In uno studio su 341 giovani atleti e atlete di basket e tennis misurati prima di una gara ufficiale, la presenza di entrambi i genitori si associava a un'ansia pre-gara più alta in tutti i sottogruppi tranne i tennisti maschi — ma l'assenza di entrambi non si associava a un'ansia minore (Bois, Lalanne e Delforge, 2009). Nello stesso studio, comportamenti direttivi e pressione erano associati a più ansia, mentre lodi e comprensione erano associate a meno ansia nelle tenniste. È uno studio trasversale: descrive associazioni, non rapporti di causa. La lettura ragionevole non è «non venire», è «vieni e cambia cosa fai».
Quando è il momento giusto per parlare della partita con mia figlia?
Dopo che è passato il tempo che serve a lei, non quello che serve a chi guida. Nelle interviste alle 36 atlete, 33 hanno descritto un feedback post-partita che vogliono positivo ma anche onesto — apprezzavano esplicitamente che i genitori non fingessero che fosse andata bene quando non era andata bene — e hanno indicato una sequenza precisa: prima le cose andate bene, poi i punti da migliorare, poi di nuovo qualcosa di positivo. Molte hanno chiesto di poter stare prima con la squadra, e di poter rimandare («possiamo parlarne dopo?») (Knight, Neely e Holt, 2011). Il momento subito dopo la partita è anche quello meno studiato: una ricerca qualitativa su 86 fra genitori e figli nel football australiano giovanile lo definisce il *debriefing*, e lo indica come il punto in cui l'intenzione di sostenere si trasforma più facilmente nel suo contrario (Elliott e Drummond, 2017).
Perché mia figlia si irrita se la incoraggio, e le altre no?
Perché nelle atlete di questa età l'incoraggiamento e l'esposizione sono due cose difficili da separare. 28 atlete su 36 hanno chiesto ai genitori di non attirare l'attenzione né su di sé né sulla figlia: non il tifo in quanto tale, ma il tifo che si nota più degli altri — alzarsi, chiamare per nome, esultare in modo vistoso quando nessun altro lo fa (Knight, Neely e Holt, 2011). Nello studio su bambini e ragazzi statunitensi la stessa cosa emerge come «tifo fanatico», descritto come dirompente da chi giocava (Omli e Wiese-Bjornstal, 2011). Il criterio pratico che le ragazze descrivono è la sincronia: se tifano tutti, il rumore si ignora; se tifa uno solo, quello diventa il tuo genitore davanti a tutti.
«Dai, puoi fare di meglio» è un incoraggiamento o una critica?
Nella ricerca ha un nome proprio, ed è classificata fra i comportamenti non graditi. L'incoraggiamento critico — comunicare un messaggio in sé vero («puoi farcela», «puoi fare meglio») ma con un tono che segnala frustrazione per come è andata finora — compare fra i comportamenti che i giovani intervistati giudicavano fastidiosi e feriti, dentro il ruolo dell'«allenatore esigente» (Omli e Wiese-Bjornstal, 2011). Il motivo è che il contenuto letterale e il messaggio ricevuto divergono: la frase dice «credo in te», il tono dice «quello che hai fatto finora non basta». Il campione è di 57 bambini e ragazzi di 7-14 anni, maschi e femmine, negli Stati Uniti.
Cosa può fare concretamente un genitore prima della partita?
Sostanzialmente due cose, e solo una riguarda lo sport. 30 atlete su 36 hanno indicato un aiuto pratico nella preparazione fisica — arrivare in orario, avere l'attrezzatura pronta, aver mangiato e bevuto — come contributo genitoriale desiderato. 33 su 36 hanno parlato della preparazione mentale, e qui la richiesta più frequente era che i genitori capissero di che cosa hanno bisogno: diverse atlete hanno detto esplicitamente di non voler parlare della partita prima della partita, perché parlarne le rendeva nervose (Knight, Neely e Holt, 2011). Chiedere «vuoi parlarne o preferisci accendere la radio?» risolve la maggior parte di questi casi meglio di qualunque discorso motivazionale.
Quanti commenti arrivano davvero dagli spalti in una partita?
Più di quanti chi parla immagini. In un'osservazione naturalistica di 69 partite di hockey giovanile in una grande città canadese, i ricercatori hanno registrato in media 105 commenti per partita dagli spalti; la maggioranza era di tono positivo ed era diretta ai giocatori (Bowker et al., 2009). È un dato utile proprio perché non è allarmistico: il problema descritto dalle atlete non è che a bordo campo si dicano soprattutto cose cattive, ma che il volume complessivo è alto e che poche frasi mal calibrate emergono dal rumore. Lo studio riguarda l'hockey giovanile canadese, con genitori di ragazzi e ragazze di 11-14 anni.