Perché le ragazze smettono di fare sport in adolescenza (e non è inevitabile)

Il 43% delle adolescenti dice di aver amato lo sport da bambina e di averlo lasciato — contro il 24% dei coetanei maschi. Non è un calo di motivazione: è un ambiente che smette di funzionare proprio quando il corpo cambia. I dati, e le quattro leve che una società ha davvero in mano — inclusa quella che vale di più: prevenire l'infortunio che interrompe tutto.

Intorno alla pubertà lo sport femminile perde pezzi, e li perde in silenzio. La spiegazione che si sente più spesso — "hanno perso interesse" — è quella che i dati sostengono meno. La realtà è più scomoda: troppe atlete si sentono fuori posto proprio nel momento in cui il corpo cambia.

In breve

  • Il 43% delle ragazze di 11-18 anni dice di aver amato lo sport da bambina e di averlo lasciato, contro il 24% dei maschi (Women in Sport, 2022 — dato UK, non peer-reviewed).
  • Tra chi si tessera a 10-14 anni, solo il 13% partecipa con continuità per sette anni; il 71% abbandona senza rientrare (Eime et al., 2020).
  • Dal 25% al 61% delle adolescenti evita o riduce l'attività fisica durante le mestruazioni (Harvey et al., 2025).
  • Una pubertà precoce aumenta significativamente la probabilità di abbandono (HR 1,68; Gallant et al., 2023).

Quante ragazze lasciano davvero lo sport?

Vale la pena essere precisi, perché su questo tema circolano numeri gonfiati — compreso il nostro, in una versione precedente di questo articolo.

Il dato più citato è britannico: in un sondaggio nazionale su 2.291 ragazze di 11-18 anni, il 43% rientra nel segmento di chi "amava lo sport e si è disamorata" dopo le elementari, contro il 24% dei coetanei maschi (Women in Sport, 2022). Il report è ricerca "grigia" — non peer-reviewed — e misura un cambiamento di auto-percezione, non un abbandono verificato: le ragazze dicono di non considerarsi più sportive. È un segnale importante, ma non è la stessa cosa di smettere.

Per il dato reale serve guardare i tesseramenti. Seguendo per sette anni le iscrizioni effettive di 29.225 atlete australiane, tra chi era entrata a 10-14 anni solo il 13% ha partecipato con continuità, mentre il 71% ha abbandonato senza mai rientrare (Eime et al., 2020). È uno studio peer-reviewed su dati amministrativi, non su percezioni — e il quadro che restituisce non è più rassicurante.

Una precisazione che rende il quadro più solido, non più debole: nessuna di queste due fonti dimostra che sia la pubertà la causa. La prima ancora il fenomeno alla fine delle elementari, la seconda non isola le cause. Serve una terza fonte per collegare i puntini.

Perché le ragazze smettono proprio in pubertà?

Perché l'abbandono segue lo sviluppo del corpo, non l'età sulla carta d'identità — e questo è stato misurato. Quella terza fonte esiste, ed è longitudinale. Seguendo 781 adolescenti canadesi dai 10-13 anni per sette anni, Gallant e colleghi hanno trovato che le ragazze con pubertà precoce hanno una probabilità significativamente maggiore di abbandonare le attività organizzate rispetto alle coetanee con sviluppo nella media (HR 1,68; IC 95% 1,05-2,69) (Gallant et al., 2023). Non è il calendario a spiegare l'abbandono: è il momento in cui il corpo cambia.

C'è poi un pezzo di questa storia che riguarda il corpo che cresce in fretta: proprio negli anni del picco di crescita i gesti sembrano meno precisi, e un'atleta che si sente «diventata imbranata» ha una ragione in più per farsi da parte. Va detto che l'evidenza su quella fase, nelle ragazze, è ancora limitata — motivo in più per non trasformarla in un giudizio.

E il meccanismo si vede. Una revisione di 86 studi in 33 Paesi su adolescenti di 10-18 anni rileva che dal 25,2% al 61,1% delle ragazze evita o riduce l'attività fisica durante le mestruazioni — per dolore, ma anche per paura delle perdite e imbarazzo, al punto che in più studi preferiscono restare fuori pur di non rischiare una figuraccia (Harvey et al., 2025).

Quando un ambiente non parla di ciclo, energia e cambiamenti del corpo, l'atleta resta sola con domande che non osa fare. Il silenzio non protegge: allontana. È esattamente ciò che accade con il ciclo e l'allenatore, dove solo l'11% delle atlete affronta il tema con chi la allena.

Come si trattiene un'atleta adolescente? Quattro leve concrete

Agendo sull'ambiente, non sulla motivazione della singola. Nessuna delle quattro leve qui sotto richiede un medico in sede o un budget dedicato: sono cultura, dati aggregati, condizioni pratiche e prevenzione degli infortuni. Sono anche, nell'ordine, quelle con il miglior rapporto tra costo e ritorno per una società sportiva.

  1. Cultura. Normalizzare il tema con un linguaggio semplice e non giudicante. Non è retorica: nel Female Athlete Health Report 2023, le atlete che percepivano il proprio allenatore come molto informato riportavano in media il 36% di sintomi di RED-S in meno. Le parole di chi allena sono una variabile di salute.
  2. Dati di squadra, non individuali. Capire quando il gruppo fatica permette di intervenire prima del sovraccarico — senza mai violare la privacy della singola. È la privacy a rendere possibile la fiducia, non il contrario.
  3. Continuità e condizioni pratiche. Privacy negli spogliatoi, prodotti mestruali disponibili, figure di riferimento stabili. E attenzione a ciò che sembra un dettaglio: il reggiseno sportivo è uno dei motivi meno detti per cui una ragazza riduce l'intensità — e lo è ancora di più l'incontinenza urinaria durante i salti, che riguarda quasi una atleta adolescente su due e di cui l'87% non parlerebbe con chi la allena.
  4. Prevenire l'infortunio che interrompe tutto. Un abbandono può cominciare da uno stop lungo. Nello sport scolastico le ragazze subiscono 1,40 volte le rotture di crociato dei coetanei maschi (Bram et al., 2021), e venti minuti di allenamento neuromuscolare due volte a settimana riducono il rischio di circa il 60% nella fascia 13-19 anni (Petushek et al., 2019). Lo stesso vale per gli stop lunghi che non fanno rumore: nello sport delle scuole superiori le ragazze subiscono fratture da stress 1,75 volte più spesso dei coetanei maschi, e una su cinque si ripresenta (Changstrom et al., 2015). È la leva con il miglior rapporto tra costo e ritorno che una società abbia.

Perché trattenere le atlete conviene anche al club?

Perché ogni atleta che resta è una rosa che non si assottiglia proprio negli anni in cui dovrebbe crescere. Trattenere le atlete non è solo una questione etica: è sostenibilità sportiva. Ogni ragazza che resta è un investimento che continua a dare valore alla squadra — meno abbandoni, rosa più solida, risultati più continui nel tempo.

BAB dà alle società gli strumenti per leggere i segnali aggregati e anonimi della squadra, e alle atlete l'app gratuita per ascoltare il proprio corpo. Due facce dello stesso obiettivo: non lasciare che accada.

Fonti

Questo articolo ha finalità informative e non costituisce parere medico. In presenza di segnali persistenti, rivolgersi a un professionista sanitario.

Quante ragazze abbandonano davvero lo sport da adolescenti?

La cifra più citata nel Regno Unito è il 43%: in un sondaggio nazionale su 2.291 ragazze di 11-18 anni, il 43% rientra nel gruppo di chi «amava lo sport e si è disamorata» dopo le elementari, contro il 24% dei maschi (Women in Sport, 2022 — report non peer-reviewed). Attenzione a cosa misura: è un cambiamento di auto-percezione, non l'abbandono verificato. Per il dato reale di abbandono serve la ricerca peer-reviewed: seguendo i tesseramenti effettivi di 29.225 atlete australiane per sette anni, tra chi si era iscritta a 10-14 anni solo il 13% ha partecipato con continuità e il 71% ha abbandonato senza mai rientrare (Eime et al., 2020).

Le ragazze lasciano lo sport perché perdono interesse?

È la spiegazione più comoda, ed è la meno sostenuta dai dati. Una revisione di 86 studi in 33 Paesi su adolescenti di 10-18 anni mostra che dal 25% al 61% delle ragazze evita o riduce l'attività fisica durante le mestruazioni, per dolore ma anche per paura delle perdite e imbarazzo (Harvey et al., 2025). E uno studio longitudinale canadese su 781 ragazzi e ragazze ha rilevato che le ragazze con pubertà precoce hanno una probabilità significativamente più alta di abbandonare le attività organizzate (HR 1,68) — un rischio legato al momento in cui il corpo cambia, non alla motivazione.

Che ruolo hanno i sintomi di cui non si parla?

Sono una parte del fenomeno che nessuno conteggia, perché non lascia traccia. Dal 25,2% al 61,1% delle adolescenti evita o riduce l'attività fisica durante le mestruazioni, per dolore ma anche per paura delle perdite (Harvey et al., 2025). A 13-14 anni il 51% delle ragazze dice che il seno influenza la partecipazione allo sport, ma solo il 10% indossa sempre un reggiseno sportivo (Scurr et al., 2016). E tra le atlete adolescenti la prevalenza media di incontinenza urinaria durante lo sport è del 48,58%, mentre l'87% dichiara che non ne parlerebbe con l'allenatore (Rial Rebullido et al., 2021). Sono rinunce che nessuno registra come infortunio, ma che tolgono allenamenti esattamente come un infortunio.

A che età si perde il maggior numero di ragazze?

Nella finestra dei 10-14 anni, cioè esattamente quella della pubertà. Seguendo per sette anni i tesseramenti effettivi di 29.225 atlete australiane, tra chi si era iscritta a 10-14 anni solo il 13% ha partecipato con continuità e il 71% ha abbandonato senza mai rientrare (Eime et al., 2020). Che sia il corpo che cambia — e non il calendario — a spostare l'ago lo suggerisce uno studio longitudinale su 781 adolescenti canadesi: le ragazze con pubertà precoce hanno una probabilità significativamente maggiore di abbandonare le attività organizzate rispetto alle coetanee con sviluppo nella media (HR 1,68; IC 95% 1,05-2,69) (Gallant et al., 2023).

Cosa può fare concretamente una società sportiva?

Quattro cose, nessuna delle quali richiede un medico in sede. Primo: normalizzare il tema con un linguaggio semplice e non giudicante — un allenatore percepito come informato si associa a meno sintomi di RED-S nelle sue atlete. Secondo: leggere segnali di squadra aggregati e anonimi, mai il dato individuale, perché è la privacy a rendere possibile la fiducia. Terzo: garantire le condizioni pratiche — privacy negli spogliatoi, prodotti mestruali disponibili, continuità nelle figure di riferimento. Quarto: prevenire gli infortuni che interrompono una carriera, perché venti minuti di allenamento neuromuscolare due volte a settimana riducono il rischio di rottura del crociato di circa il 60% tra le atlete di 13-19 anni (Petushek et al., 2019).