Parlare di ciclo con l'allenatore: perché lo fa solo l'11% delle atlete (e come cambiarlo)
Perché quasi nessuno lo ha reso possibile: solo l'11% delle atlete parla di ciclo con chi la allena — 4% se è un uomo, 55% se è una donna — e l'88% ha imparato queste cose da sola (Höök et al., 2022). Non è timidezza: è l'assenza di un canale e di un linguaggio condivisi, e si cambia dal lato dello staff.
Solo l'11% delle atlete parla di ciclo mestruale con il proprio allenatore: il 4% se è un uomo, il 55% se è una donna. E l'88% ha imparato queste cose da sola. Non è disinteresse: è l'assenza di un canale sicuro. Cosa dicono i dati raccolti su 1.086 atlete in 57 sport, cosa può dire davvero chi allena, cosa rispondere quando un'atleta parla di dolore, e come si apre il canale senza obbligare nessuna a esporsi.
C'è un dato che dovrebbe far riflettere chiunque alleni ragazze: quando l'allenatore è un uomo, solo il 4% delle atlete parla con lui di ciclo mestruale. Non perché il ciclo non conti — conta eccome — ma perché manca un modo semplice, sicuro e non imbarazzante per farlo. Il problema dello sport femminile giovanile, spesso, non è la motivazione delle atlete. È il silenzio.
In breve
- Solo l'11% delle atlete parla di ciclo con il proprio allenatore; 4% se è un uomo, 55% se è una donna.
- L'88% ha imparato queste cose da sola: l'educazione formale è quasi assente.
- Il gap non dipende dal livello competitivo: riguarda tutte, non solo le più giovani o le amatoriali.
- La soluzione non è "obbligare a parlarne", ma creare cultura di base e canali che non costringono a esporsi.
Quante atlete parlano di ciclo con il proprio allenatore?
Undici su cento. E scendono a quattro su cento quando chi allena è un uomo, mentre salgono a cinquantacinque su cento con un'allenatrice donna. Sono i numeri di uno studio su 1.086 atlete di Svezia e Norvegia, e sono la fotografia più chiara che abbiamo di un canale di comunicazione che, semplicemente, non esiste.
Lo studio copre 57 sport (Höök et al., 2022, IJERPH), e il quadro completo dei risultati fotografa un vuoto preciso:
- Il 26% giudica scarsa o molto scarsa la propria conoscenza sulla salute dell'atleta donna.
- Il 53% giudica scarsa la conoscenza del proprio allenatore.
- L'88% ha acquisito queste conoscenze da sola; solo il 12% in un contesto sportivo strutturato.
- Solo l'11% parla di tematiche mestruali con l'allenatore — 4% con un uomo, 55% con una donna.
- Il 22% ha avuto un episodio di amenorrea; circa una su cinque non aveva nessuno con cui parlarne in ambito sportivo.
E un dettaglio che allarga il problema: non c'è differenza significativa di conoscenza per livello competitivo (p = 0,171). Il gap non è solo delle giovani o delle amatoriali: è ovunque.
Una precisazione doverosa sull'età: il campione di Höök e colleghi comprende atlete adulte e adolescenti insieme, e i dati non sono suddivisi per fascia d'età. Non abbiamo quindi una prevalenza misurata sulle tredicenni — e non è un caso, visto che solo il 6% degli studi in scienze dello sport è condotto esclusivamente su donne (Cowley et al., 2021). Il quadro descrive un fenomeno reale; il numero specifico sulle più giovani, semplicemente, nessuno l'ha ancora misurato.
Perché un'atleta non parla del ciclo con l'allenatore?
Non perché il tema non la riguardi, ma perché manca un canale comodo e privato per portarlo: le atlete vivono il ciclo ogni mese, semplicemente non hanno un modo per dirlo senza esporsi davanti al gruppo. È facile leggere quel 4% come indifferenza. È l'opposto. In una ricerca qualitativa su rugbiste internazionali, il 93% riferiva sintomi legati al ciclo e i due terzi percepivano un impatto sulla performance (Findlay et al., 2020, BJSM). Le atlete vivono il tema ogni mese. Semplicemente, non hanno un modo comodo per portarlo a chi le allena — soprattutto se è un uomo, soprattutto a 13-14 anni, soprattutto davanti alle compagne.
Il silenzio, insomma, è un problema di canale, non di volontà. E ha un costo misurabile: tra le adolescenti di 10-18 anni, dal 25,2% al 61,1% evita o riduce l'attività fisica durante le mestruazioni, spesso per paura delle perdite e imbarazzo più che per il dolore (Harvey et al., 2025, BMC Women's Health). Sono allenamenti persi che nessuno registra — un meccanismo che abbiamo raccontato nel dettaglio parlando di ciclo e performance. E quando il motivo è il dolore, c'è una risposta concreta da dare invece del silenzio: cosa funziona davvero contro i dolori mestruali, e la soglia oltre la quale il dolore va valutato da un medico. E il ciclo non è l'unico tema che resta fuori dallo spogliatoio: le perdite di urina durante lo sport seguono esattamente la stessa curva di silenzio.
Come si apre il canale senza obbligare nessuna a esporsi?
Lavorando sui due lati insieme: cultura di base per lo staff, privacy garantita per l'atleta. La risposta sbagliata sarebbe chiedere a ogni ragazza di "aprirsi" con l'allenatore. La risposta giusta lavora su due lati insieme:
- Alzare la cultura di base dello staff. Un allenatore non deve diventare un ginecologo (nello studio, solo il 3% delle atlete aveva accesso a un ginecologo tramite lo sport). Deve però sapere che stanchezza, dolore o calo di energia possono avere una spiegazione, e trattarli come informazione, non come scuse. Sapere, per esempio, che un ciclo che sparisce non è un segno di buon allenamento ma un possibile segnale di bassa disponibilità energetica, o che le parole con cui si commenta un corpo restano addosso per anni.
- Dare all'atleta un canale che non la costringe a esporsi. È qui che la tecnologia può aiutare, se progettata bene: l'atleta osserva i propri segnali in privato, e lo staff riceve solo un quadro aggregato e anonimo della squadra — mai il dato della singola.
Questo secondo punto è decisivo proprio per il dato "4% con un allenatore uomo": una dashboard anonima dà allo staff un segnale utile senza mettere la ragazza nella conversazione imbarazzante che oggi, semplicemente, non avviene.
Cosa può fare un allenatore, da domani, senza sbagliare?
Una frase detta una volta e mantenuta nei fatti — «qui se ne può parlare, e nessuno ti valuta per questo» — e nessuna domanda personale. È il minimo che apre il canale, ed è anche il massimo che si può chiedere a chi allena senza sconfinare in un ruolo clinico che non gli appartiene. Il resto è coerenza: non commentare i corpi, non trattare la stanchezza come una scusa, non chiedere date né dettagli. Nello studio su 1.086 atlete il 53% giudicava scarsa la conoscenza del proprio allenatore sulla salute dell'atleta donna (Höök et al., 2022): colmare quel vuoto è responsabilità dello staff, non delle ragazze.
Nel dettaglio, per ruolo:
- L'allenatore/allenatrice: normalizzare il tema con poche parole ("qui se ne può parlare, e nessuno ti valuta per questo"), senza chiedere dettagli personali.
- La società: offrire allo staff una formazione minima e strumenti che rispettino la privacy delle atlete.
- La famiglia: essere il primo canale sicuro, senza trasformare ogni domanda in un interrogatorio.
- L'atleta: osservare i propri schemi. Riconoscerli è già metà del percorso per poterne parlare — con chi si sceglie, quando si sceglie.
Il ruolo di BAB
BAB nasce esattamente in questo vuoto. Dà all'atleta uno spazio privato per riconoscere i propri segnali, un layer educativo che colma l'88% "imparato da sola", e alle società solo segnali aggregati e anonimi — mai il ciclo o la salute della singola. Apre il canale che oggi non c'è, senza costringere nessuna a una conversazione che non vuole. Perché rompere il silenzio non significa obbligare a parlare: significa rendere finalmente facile farlo.
Fonti
- Höök M., et al. Perceptions of and communication about the menstrual cycle among female athletes. International Journal of Environmental Research and Public Health, 2022. doi:10.3390/ijerph191911932
- Findlay R.J., et al. How the menstrual cycle and menstruation affect sporting performance: experiences of elite female rugby players. Br J Sports Med, 2020. (n=15 rugbiste internazionali, adulte) doi:10.1136/bjsports-2019-101486
- Harvey J., Western M.J., Townsend N.P., et al. Adolescents, menstruation, and physical activity: insights from a global scoping review. BMC Women's Health, 2025;25:281. (86 studi, 33 Paesi, adolescenti 10-18 anni) doi:10.1186/s12905-025-03825-w
- Taim B.C., Ó Catháin C., Renard M., Elliott-Sale K.J., Madigan S., Ní Chéilleachair N. The Prevalence of Menstrual Cycle Disorders and Menstrual Cycle-Related Symptoms in Female Athletes: A Systematic Literature Review. Sports Medicine, 2023;53(10):1963-1984. (60 studi, 6.380 atlete; la dismenorrea è il disturbo del ciclo più prevalente: 32,3%, intervallo 7,8-85,6%) doi:10.1007/s40279-023-01871-8
- Armour M., Ee C.C., Naidoo D., et al. Exercise for dysmenorrhoea. Cochrane Database of Systematic Reviews, 2019;9:CD004142. (12 studi, 854 donne; SMD -1,86, IC 95% -2,06 a -1,66; qualità delle prove bassa) doi:10.1002/14651858.CD004142.pub4
- Cowley E.S., Olenick A.A., McNulty K.L., Ross E.Z. "Invisible Sportswomen": the sex data gap in sport and exercise science research. Women in Sport and Physical Activity Journal, 2021;29(2):146-151. doi:10.1123/wspaj.2021-0028
- Rial Rebullido T., Stracciolini A., Faigenbaum A.D., Chulvi-Medrano I. Pelvic Floor Dysfunction in Adolescent Female Athletes: A Systematic Review. Journal of Functional Morphology and Kinesiology, 2021;6(1):12. (9 studi, 633 atlete sotto i 19 anni, età media 16,15) doi:10.3390/jfmk6010012
Questo articolo ha finalità informative e divulgative e non costituisce parere medico.
Quante atlete parlano di ciclo con il proprio allenatore?
In uno studio su 1.086 atlete di Svezia e Norvegia, solo l'11% affrontava tematiche mestruali con il proprio allenatore. La quota scendeva al 4% quando l'allenatore era un uomo, e saliva al 55% con un'allenatrice donna (Höök et al., 2022).
Un allenatore uomo deve conoscere il ciclo delle sue atlete?
Non deve conoscere il dato individuale di ciascuna: quello resta privato. Deve però avere una cultura di base sul tema e creare un ambiente in cui parlarne non sia un tabù. Strumenti come BAB permettono allo staff di leggere solo segnali aggregati e anonimi, senza mettere l'atleta nella posizione di doversi esporre.
Perché così poche atlete ne parlano?
Perché l'educazione è quasi tutta informale: nello stesso studio, l'88% delle atlete aveva imparato queste cose da sola. Manca un linguaggio condiviso e mancano canali sicuri. Il silenzio non è disinteresse: è l'assenza di un modo semplice e non imbarazzante per comunicare.
Come faccio a parlare di ciclo con il mio allenatore senza imbarazzo?
Non serve raccontare dettagli personali. Basta un linguaggio funzionale, centrato sull'allenamento: «oggi ho poca energia, preferirei ridurre il carico» dice tutto ciò che serve allo staff, senza esporre nulla di privato. Chi allena non ha bisogno del dato clinico: ha bisogno di sapere come dosare la seduta. E se un ambiente rende impossibile anche solo questa frase, il problema è dell'ambiente, non dell'atleta.
Cosa rispondere a un'atleta che dice di avere dolori mestruali?
Con poche parole e nessuna domanda clinica: «ok, adattiamo la seduta di oggi — dimmi tu cosa te la senti di fare». Niente dettagli, niente date, niente diagnosi. Il dolore mestruale è tutt'altro che raro nelle atlete — è il disturbo del ciclo più frequente, con prevalenza stimata al 32,3% su 60 studi e 6.380 atlete (Taim et al., 2023) — e le prove disponibili mettono l'esercizio tra i trattamenti studiati, non tra i fattori di rischio (Armour et al., 2019, revisione Cochrane, qualità delle prove bassa). Quindi né «riposa finché passa» né «stringi i denti»: la scelta è dell'atleta, le condizioni pratiche sono responsabilità dello staff.
Di che cosa ha davvero bisogno un allenatore per programmare la seduta?
Di una sola informazione funzionale: come sta oggi l'atleta e quanto carico regge. Non del dato clinico, non della fase del ciclo, non della data. La distinzione è ciò che rende la conversazione possibile: chiedere «come stai per l'allenamento di oggi» è una domanda a cui una quattordicenne può rispondere davanti al gruppo; chiedere «a che punto sei del ciclo» non lo è. Ed è anche la ragione per cui i segnali di squadra vanno letti in forma aggregata e anonima.
Serve un'allenatrice donna perché le atlete ne parlino?
Aiuta molto, ma non è la soluzione strutturale. Nello studio su 1.086 atlete la quota che affronta tematiche mestruali passa dal 4% con un allenatore uomo al 55% con un'allenatrice donna (Höök et al., 2022): il divario è enorme e dice che il genere di chi allena pesa. Ma il 53% delle atlete giudicava scarsa la conoscenza del proprio allenatore sulla salute dell'atleta donna, e l'88% aveva imparato queste cose da sola — cioè il vuoto è di formazione e di canale, non solo di genere. Sostituire le persone non basta: serve alzare la cultura di base dello staff e dare all'atleta un modo di comunicare che non la costringa a esporsi.
Di quali altri temi le atlete non parlano con chi le allena?
Il silenzio non riguarda solo il ciclo. Tra le atlete adolescenti, l'87% dichiara che non parlerebbe con il proprio allenatore di perdite di urina durante l'attività, e dal 69% al 90% non ha mai sentito nominare l'allenamento del pavimento pelvico (Rial Rebullido et al., 2021). È lo stesso meccanismo: un sintomo frequente, nessun linguaggio condiviso per nominarlo, e quindi nessuna conversazione.
Cosa può dire un allenatore per rendere il tema meno tabù?
Poche parole, dette una volta e mantenute nei fatti: «qui se ne può parlare, e nessuno viene valutato per questo». Poi coerenza — non commentare i corpi, non trattare la stanchezza come una scusa, non chiedere dettagli. Nello studio di Höök e colleghi (2022) il 53% delle atlete giudicava scarsa la conoscenza del proprio allenatore sulla salute dell'atleta donna: colmare quel vuoto è responsabilità dello staff, non delle ragazze.