Fiato corto durante lo sforzo: nel 61% dei casi non c'è nessuna diagnosi di asma

Il fiato corto sotto sforzo riguarda il 14% degli adolescenti di 12-13 anni, con rischio più alto nelle ragazze, e il 61% di chi lo riferisce non ha una diagnosi di asma (Johansson et al., 2014, campione svedese). Testando la popolazione adolescente, la prevalenza stimata è 19,2% per la broncocostrizione da sforzo e 5,7% per l'ostruzione laringea da sforzo (Johansson et al., 2015). Il sintomo da solo non distingue le due: serve un test oggettivo.

Il 14% degli adolescenti riferisce episodi di respiro corto dopo attività intensa, e il rischio è più alto nelle ragazze: ma il 61% di loro non ha alcuna diagnosi di asma (Johansson et al., 2014). Quando si va a misurare, sotto quel sintomo ci sono almeno due condizioni diverse — una nei bronchi, una nella laringe — che si curano in modi opposti. Cosa dice l'evidenza, e perché «è solo che non è allenata» è la conclusione più costosa.

Una ragazza di quattordici anni si ferma a metà esercitazione, le mani sulle ginocchia, e dice che non riesce a prendere aria. Passano due minuti, respira normalmente, rientra in campo. La scena si ripete il martedì dopo. La spiegazione che arriva per prima è quasi sempre una di queste tre: è ansia, è poco allenata, oppure è asma — e con l'asma arriva l'inalatore, spesso senza che nessuno abbia misurato niente. I dati dicono che tutte e tre le spiegazioni possono essere sbagliate, e che sotto quel sintomo ci sono almeno due condizioni diverse, che si distinguono solo con un test e si trattano in modi opposti.

In breve

  • Il 14% degli adolescenti di 12-13 anni riferisce episodi di respiro corto dopo attività intensa; il sesso femminile è associato in modo indipendente a un rischio più alto (Johansson et al., 2014, campione svedese).
  • Il 61% di chi riferisce quel sintomo non ha una diagnosi di asma: è un sintomo comune e in larga parte non indagato (Johansson et al., 2014).
  • Testando la popolazione adolescente, la prevalenza stimata è 19,2% per la broncocostrizione da sforzo (EIB) e 5,7% per l'ostruzione laringea da sforzo (EILO), che possono coesistere (Johansson et al., 2015).
  • La diagnosi di EIB richiede un calo del FEV1 ≥ 10% a un test oggettivo: i soli sintomi hanno sensibilità e specificità basse (Parsons et al., 2013; Goldin e Bruner, StatPearls, 2025).
  • Per l'EILO lo standard è la laringoscopia durante l'episodio sintomatico, e algoritmi terapeutici validati non sono ancora stabiliti (Halvorsen et al., 2017).

Quanto è comune il fiato corto durante lo sforzo nelle adolescenti?

È molto più comune di quanto suggerisca il numero di diagnosi. In uno studio di popolazione svedese, 2.309 adolescenti di 12-13 anni hanno risposto a un questionario sui sintomi respiratori: il 14% riferiva almeno un episodio di respiro corto dopo attività fisica intensa nell'ultimo anno, e l'analisi multivariata individuava il sesso femminile — insieme alla rinite e a una storia di asma — come fattore indipendentemente associato al sintomo (Johansson et al., 2014, Respiratory Medicine).

Il dettaglio che cambia la lettura è un altro: il 61% di chi riferiva quel sintomo non aveva alcuna diagnosi di asma. Non è una popolazione di ragazze già seguite che continuano a stare male; è una popolazione di ragazze che stanno male senza che nessuno abbia mai guardato. E non erano meno attive delle altre: lo studio non ha trovato differenze significative nei livelli di attività fisica fra chi riferiva il sintomo e chi no. Si allenavano lo stesso, con il fiato corto.

Se non è asma, cos'altro può essere?

Quando si passa dal questionario alla misura, il sintomo si sdoppia. Nello stesso progetto di ricerca, 3.838 adolescenti hanno compilato il questionario e 146 sono stati sottoposti a test da sforzo standardizzato su tapis roulant, con laringoscopia continua durante l'esercizio. Le prevalenze stimate sulla popolazione totale sono risultate del 19,2% per la broncocostrizione indotta da esercizio (EIB) e del 5,7% per l'ostruzione laringea indotta da esercizio (EILO), con la possibilità che le due condizioni coesistano nella stessa persona (Johansson et al., 2015, Thorax).

Sono due problemi in due punti diversi dell'apparato respiratorio:

Broncocostrizione da sforzo (EIB) Ostruzione laringea da sforzo (EILO)
Dove Vie aeree inferiori, i bronchi Laringe, all'altezza della gola
Quando Tipicamente dopo lo sforzo, picco entro 10-15 minuti Tipicamente al culmine dello sforzo
Come si risolve In genere entro 30-90 minuti, poi periodo refrattario di 1-3 ore Rapidamente quando ci si ferma
Come si documenta Calo del FEV1 ≥ 10% a un test oggettivo Laringoscopia durante l'episodio sintomatico

I riferimenti temporali e il periodo refrattario dell'EIB sono descritti nel capitolo di riferimento clinico di Goldin e Bruner (StatPearls, 2025); lo standard diagnostico per l'ostruzione laringea è indicato nel documento congiunto delle società europee di pneumologia e laringologia (Halvorsen et al., 2017, European Respiratory Journal).

La differenza non è un tecnicismo da specialisti. Un broncodilatatore agisce sui bronchi: su una laringe che si chiude non ha motivo di funzionare. Un'atleta con EILO trattata come asmatica può passare stagioni con un inalatore che non le serve, convinta — e con lei l'allenatore — che il problema sia la sua testa.

Perché tante ragazze finiscono con la diagnosi sbagliata?

Perché la diagnosi viene spesso fatta ascoltando, non misurando. Le revisioni sulla dispnea negli sportivi segnalano che asma ed EIB sono frequentemente diagnosticate sulla base dei soli sintomi, senza test di funzionalità respiratoria, e che numerosi studi hanno documentato atleti trattati con broncodilatatore risultati poi negativi al test oggettivo (Smoliga et al., 2016, Breathe). Lo stesso capitolo clinico di riferimento è netto: fuori dai casi con diagnosi di asma già stabilita e sintomi tipici, la diagnosi clinica basata sui soli sintomi ha sensibilità e specificità basse (Goldin e Bruner, StatPearls, 2025).

Sull'EILO, le revisioni lo descrivono come più frequente nel sesso femminile e in adolescenza, con una prevalenza intorno al 5% nella popolazione sportiva che sale fino al 35% fra gli atleti inviati a valutazione per dispnea (Smoliga et al., 2016). Qui però serve precisione: nello studio svedese che ha testato direttamente gli adolescenti della popolazione generale, non sono emerse differenze significative fra ragazze e ragazzi né per EIB né per EILO (Johansson et al., 2015). Quello che è documentato con più solidità è che sono le ragazze a riferire più spesso il sintomo (Johansson et al., 2014).

È una distinzione che vale la pena tenere ferma, perché di solito viene usata al contrario. Il fatto che le ragazze riportino più spesso il fiato corto non è una prova che siano più fragili: è la ragione per cui il loro sintomo va indagato con la stessa serietà, invece di essere archiviato come emotività — lo stesso meccanismo che porta a minimizzare il dolore delle atlete.

Come si arriva a una diagnosi vera?

Con due esami diversi, perché le due condizioni si vedono in due modi diversi.

Per la broncocostrizione indotta da esercizio, la linea guida di pratica clinica dell'American Thoracic Society costruisce la diagnosi su un test oggettivo — test da sforzo o iperventilazione eucapnica volontaria — e non sul racconto (Parsons et al., 2013, Am J Respir Crit Care Med). La soglia di riferimento è un calo del FEV1 pari o superiore al 10% rispetto al valore di partenza, con una gradazione di gravità che sale al 25% e al 50%; alcuni centri usano il 15% come soglia più specifica (Goldin e Bruner, StatPearls, 2025).

Per l'ostruzione laringea, il documento congiunto ERS/ELS indica come standard di riferimento la laringoscopia eseguita durante l'episodio sintomatico — nella pratica, il test con laringoscopia continua mentre l'atleta si allena. Lo stesso documento è esplicito sui limiti dell'evidenza: algoritmi diagnostici e terapeutici validati non sono ancora stabiliti, e la revisione non ha identificato studi randomizzati controllati (Halvorsen et al., 2017).

Vale la pena dirlo con chiarezza a una famiglia: non è un esame che si fa dal pediatra in cinque minuti, e in molte zone d'Italia il percorso passa da uno pneumologo o da un centro di medicina dello sport. Ma è l'unico modo per sapere se quell'inalatore serve o no.

Cosa si può fare quando la diagnosi è EILO?

Il primo strumento non è un farmaco, ed è anche il motivo per cui questa condizione viene presa poco sul serio. Le opzioni non chirurgiche descritte in letteratura comprendono consigli sulla respirazione, logopedia, biofeedback e allenamento dei muscoli inspiratori. Il documento ERS/ELS le riporta segnalando allo stesso tempo che mancano studi randomizzati controllati a sostegno (Halvorsen et al., 2017).

Il dato più vicino alle atlete di cui parliamo viene da uno studio norvegese su 18 atleti adolescenti — 17 ragazze, età 13-19 anni — seguiti per cinque mesi con un intervento multidimensionale che combinava fisioterapia psicomotoria, elementi di terapia cognitivo-comportamentale e un piano di riabilitazione individualizzato. Dopo l'intervento i partecipanti riferivano meno disagio respiratorio durante lo sforzo intenso, meno ansia legata alla difficoltà a respirare e un maggiore senso di controllo, con uno spostamento del pattern respiratorio da toracico a diaframmatico — senza cambiamenti significativi nella funzionalità polmonare misurata (Kolnes et al., 2024, BMC Sports Science, Medicine and Rehabilitation).

Due avvertenze, entrambe importanti. La prima: lo studio non aveva gruppo di controllo né randomizzazione, quindi mostra un'associazione, non un'efficacia dimostrata. La seconda: il fatto che la funzione polmonare non cambi non significa che il sintomo fosse immaginario — significa che il meccanismo non stava nei polmoni, che è esattamente il punto di partenza di tutto l'articolo.

Quando è davvero solo condizione fisica?

Può esserlo. Ma è una conclusione, non un punto di partenza. La diagnosi differenziale del fiato corto sotto sforzo negli sportivi comprende, oltre a EIB ed EILO, la respirazione disfunzionale, l'iperventilazione da esercizio, patologie polmonari diverse dall'asma, cause cardiache e il decondizionamento (Smoliga et al., 2016). C'è anche una causa frequente e specifica in questa popolazione che si presenta come stanchezza e affanno più che come respiro sibilante: la carenza di ferro nelle atlete adolescenti.

Il problema di partire da «non è allenata» è che è una spiegazione che si auto-conferma: l'atleta si allena di più, sta peggio, si convince di non essere adatta e smette. È uno dei percorsi silenziosi verso l'abbandono sportivo in pubertà — non un evento drammatico, ma una serie di allenamenti in cui una ragazza conclude, da sola, di non essere fatta per quello sport.

Cosa può fare una società, da lunedì

Nessuna di queste è una prestazione sanitaria. Sono osservazioni e scelte organizzative:

Il ruolo di BAB

BAB non diagnostica, non fa spirometrie e non sostituisce una valutazione pneumologica. Fa la cosa che manca fra un allenamento e l'altro: dà all'atleta un modo per segnalare in privato com'è andato il respiro — se si è fermata, quando, quanto è durato — e alla società segnali aggregati, mai il dato individuale, che rendono visibile un pattern che altrimenti resta nella memoria di una sola persona.

Il 61% di adolescenti con il fiato corto e senza diagnosi non è emerso da un'intuizione clinica: è emerso perché qualcuno ha fatto la domanda a 2.309 ragazzi e ha contato le risposte. Su scala di una squadra vale lo stesso principio: un sintomo che nessuno registra non esiste, fino al giorno in cui l'atleta smette.

Fonti

Questo articolo ha finalità informative e non costituisce parere medico né una valutazione clinica. Il respiro corto durante lo sforzo va valutato da un medico: se compare a riposo, è accompagnato da dolore al petto, svenimento o labbra bluastre, o se non si risolve fermandosi, serve una valutazione urgente e non un'attesa.

Quante ragazze hanno il fiato corto durante l'allenamento?

Più di quante ne vengano riconosciute. In un campione svedese di 2.309 adolescenti di 12-13 anni, il 14% ha riferito almeno un episodio di respiro corto dopo attività fisica intensa nei dodici mesi precedenti, e il sesso femminile risultava associato in modo indipendente a un rischio più alto (Johansson et al., 2014). Il dato che conta di più, però, è un altro: il 61% di chi riferiva quel sintomo non aveva alcuna diagnosi di asma. Il respiro corto sotto sforzo, nelle adolescenti, è prima di tutto un sintomo non indagato.

Il fiato corto durante lo sport è sempre asma?

No, ed è la confusione più comune. Quando in uno studio di popolazione si è passati dal questionario al test da sforzo in laboratorio, sono emerse due condizioni distinte: la broncocostrizione indotta da esercizio (EIB), che riguarda i bronchi, con prevalenza stimata del 19,2%, e l'ostruzione laringea indotta da esercizio (EILO), che riguarda la laringe, con prevalenza stimata del 5,7% nella popolazione adolescente (Johansson et al., 2015). Le due possono anche coesistere nella stessa atleta. Si somigliano nel racconto — «non riesco a prendere aria» — ma sono problemi anatomicamente diversi, e rispondono a trattamenti diversi.

Che differenza c'è tra asma da sforzo (EIB) ed EILO?

La sede e il momento. Nella broncocostrizione indotta da esercizio le vie aeree inferiori si restringono tipicamente dopo lo sforzo: il picco arriva entro 10-15 minuti dalla fine e si risolve di solito entro 30-90 minuti, seguito da un periodo refrattario di 1-3 ore (Goldin e Bruner, StatPearls, 2025). Nell'ostruzione laringea indotta da esercizio il restringimento è alla gola, tende a comparire al culmine dello sforzo e si risolve rapidamente quando ci si ferma. È una distinzione pratica, non accademica: il broncodilatatore agisce sui bronchi, e su una laringe che si chiude non ha motivo di funzionare.

Perché l'inalatore a volte non funziona?

Perché in una parte dei casi la diagnosi non era stata verificata. Le revisioni sul tema segnalano che asma ed EIB vengono spesso diagnosticate negli sportivi sulla base dei soli sintomi, senza test di funzionalità respiratoria, e che diversi atleti trattati con broncodilatatore risultano poi negativi al test oggettivo (Smoliga et al., 2016). Se un'atleta usa l'inalatore e continua ad avere il fiato corto, quella è un'informazione clinica utile — non una prova che «non ci mette impegno». Va riportata a chi ha fatto la diagnosi.

Come si diagnosticano davvero l'asma da sforzo e l'EILO?

Con una misura, non con un racconto. Per la broncocostrizione da sforzo la diagnosi si basa su un test oggettivo — da sforzo o di iperventilazione eucapnica volontaria — con un calo del FEV1 pari o superiore al 10% rispetto al valore di partenza (linea guida ATS, Parsons et al., 2013; Goldin e Bruner, StatPearls, 2025). Per l'ostruzione laringea lo standard di riferimento è la laringoscopia eseguita durante l'episodio sintomatico, cioè mentre l'atleta si allena, non a riposo (statement congiunto ERS/ELS, Halvorsen et al., 2017). Fuori dai casi in cui esiste già una diagnosi di asma con sintomi tipici, i soli sintomi hanno sensibilità e specificità basse (Goldin e Bruner, StatPearls, 2025).

L'EILO è più comune nelle ragazze?

La risposta onesta ha due parti. Le revisioni descrivono l'ostruzione laringea indotta da esercizio come più frequente nel sesso femminile e in adolescenza, con una prevalenza intorno al 5% nella popolazione sportiva e fino al 35% fra gli atleti inviati a valutazione per dispnea (Smoliga et al., 2016). Ma nello studio di popolazione che ha testato direttamente gli adolescenti, EIB ed EILO non mostravano differenze significative fra ragazze e ragazzi (Johansson et al., 2015). Quello che è documentato con più solidità è che sono le ragazze a riferire più spesso il sintomo (Johansson et al., 2014): il che rende ancora più importante indagarlo invece di attribuirlo all'emotività.

Cosa si può fare se è un'ostruzione laringea da sforzo?

Il primo passo non è farmacologico. Le opzioni descritte in letteratura comprendono la rieducazione respiratoria, la logopedia, il biofeedback e l'allenamento dei muscoli inspiratori, ma il documento congiunto ERS/ELS segnala che algoritmi diagnostici e terapeutici validati non sono ancora stabiliti e che non sono stati identificati studi randomizzati controllati (Halvorsen et al., 2017). Uno studio su 18 atleti adolescenti (17 ragazze, 13-19 anni), senza gruppo di controllo né randomizzazione, ha osservato dopo cinque mesi di intervento multidimensionale una riduzione del disagio respiratorio e dell'ansia legata al respiro, senza cambiamenti significativi nella funzionalità polmonare (Kolnes et al., 2024). È un segnale, non una prova di efficacia.

E se invece fosse solo scarso allenamento?

Può esserlo, ma è una conclusione da raggiungere alla fine, non all'inizio. Il fiato corto sotto sforzo ha una diagnosi differenziale che comprende, oltre a EIB ed EILO, la respirazione disfunzionale, patologie polmonari diverse dall'asma, cause cardiache e il semplice decondizionamento (Smoliga et al., 2016). Anche una carenza di ferro può presentarsi come affaticamento e affanno sotto sforzo, ed è frequente nelle atlete adolescenti. Partire da «non è allenata» chiude l'indagine prima di aprirla — ed è il motivo per cui molte ragazze smettono invece di essere valutate.

Un allenatore cosa dovrebbe fare quando un'atleta si ferma senza fiato?

Osservare e registrare, non interpretare. Serve annotare quando compare l'affanno (durante o dopo lo sforzo), quanto dura, se il rumore del respiro è più forte in entrata o in uscita e se un eventuale inalatore fa effetto: sono esattamente le informazioni su cui si costruisce la distinzione fra bronchi e laringe. Poi indirizzare alla valutazione medica. Quello che un allenatore non dovrebbe fare è chiudere il tema in due parole — «ansia», «poco fiato», «devi solo correre di più» — perché una parte non piccola di queste ragazze ha una condizione documentabile con un test.