«È solo una storta»: la caviglia è l'infortunio più frequente delle giovani atlete

La caviglia è la sede del 23% degli infortuni nelle giovani atlete — più del ginocchio (16%). Eppure è l'infortunio che si racconta con la frase «è solo una storta»: tra gli atleti di 14-18 anni il 20% convive con un'instabilità cronica di caviglia, e tra le ragazze la quota sale al 23,6%. Nello sport giovanile i programmi di prevenzione riducono gli infortuni di caviglia del 26%. I dati, i limiti dei dati, e cosa cambia in venti minuti a settimana.

Nel calendario di una società sportiva la distorsione di caviglia è l'infortunio che non fa notizia. Non ferma la stagione come il crociato, non ha un protocollo scritto come la commozione cerebrale, non spaventa i genitori come una frattura. Si racconta con quattro parole — «è solo una storta» — e si archivia con del ghiaccio. Poi però, quando si guardano i numeri di quello che succede alle atlete negli anni successivi, quelle quattro parole risultano una delle scommesse peggiori dello sport giovanile.

In breve

  • Nelle giovani atlete la caviglia è la sede più colpita: il 23% di tutti gli infortuni, davanti a ginocchio (16%) e coscia (13%); il 67% degli infortuni riguarda l'arto inferiore (Beech et al., 2024; 32 studi, 15.908 atlete under 19).
  • La distorsione di caviglia ha un'incidenza più alta nelle femmine (13,6 contro 6,94 ogni 1.000 esposizioni) e più alta nei più giovani (Doherty et al., 2014; 181 studi prospettici, valori molto eterogenei).
  • Tra gli atleti di 14-18 anni il 20,0% ha un'instabilità cronica di caviglia: 23,6% tra le ragazze, 16,3% tra i ragazzi — con funzione sportiva e qualità di vita percepita più basse (Donovan et al., 2020; 1.002 atleti).
  • Nello sport giovanile i programmi di prevenzione riducono gli infortuni di caviglia di circa il 26% (IRR 0,74; IC 95% 0,60-0,91), con 15-20 minuti due volte a settimana per 3-6 mesi (Berkey et al., 2024; 10 RCT, 13-19 anni).
  • Il problema non è solo biomeccanico: in una fotografia storica su giovani atleti, in oltre la metà dei casi (55%) non veniva cercata alcuna assistenza medica (Smith e Reischl, 1986 — 84 atleti maschi, studio del 1986).

Qual è davvero l'infortunio più frequente nelle giovani atlete?

La caviglia, e non è nemmeno vicino. La revisione sistematica con meta-analisi più ampia sul profilo di infortunio nello sport femminile giovanile ha raccolto 32 studi e 15.908 atlete under 19. Il risultato è netto: l'incidenza complessiva è di 4,4 infortuni ogni 1.000 ore (IC 95% 3,3-5,9), il 40% delle atlete subisce almeno un infortunio con perdita di tempo, e la distribuzione anatomica vede il 67% degli infortuni all'arto inferiore, con la caviglia al 23%, il ginocchio al 16% e la coscia al 13% (Beech et al., 2024).

Vale la pena fermarsi su quel confronto, perché ribalta l'ordine delle preoccupazioni. Il crociato è l'infortunio di cui si parla — giustamente, perché è quello che più spesso chiude una carriera. Ma statisticamente la caviglia colpisce una volta e mezza più spesso del ginocchio, e riceve una frazione dell'attenzione. Lo stesso vale per le fratture da stress e per il dolore femoro-rotuleo: sono temi che hanno un nome, mentre la caviglia ha solo un'alzata di spalle.

Una nota di onestà sul dato: gli autori stessi segnalano che ogni categoria anatomica poggia su un numero variabile di studi (da 3 a 15) e che le definizioni di infortunio cambiano tra le fonti. Il 23% è una stima, non una costante.

Le ragazze si distorcono la caviglia più dei ragazzi?

I dati dicono di sì, con un margine ampio — e con un'avvertenza altrettanto ampia sui numeri. La meta-analisi di riferimento ha esaminato 181 studi prospettici sull'incidenza e la prevalenza della distorsione di caviglia. Confrontando i sottogruppi, l'incidenza risulta più alta nelle femmine che nei maschi (13,6 contro 6,94 ogni 1.000 esposizioni), più alta nei bambini che negli adolescenti (2,85 contro 1,94) e negli adolescenti che negli adulti (1,94 contro 0,72) (Doherty et al., 2014).

Due cose vanno dette subito. La prima: i valori assoluti non sono confrontabili tra un sottogruppo e l'altro, perché derivano da insiemi diversi di studi con sport, definizioni e denominatori diversi — la letteratura su questo tema è notoriamente eterogenea. La seconda, più importante: quello che è documentato è la direzione, non il meccanismo. Il perché le atlete si distorcano la caviglia più spesso non ha, allo stato attuale, una spiegazione consolidata come quella che esiste per il ginocchio.

Su questo preferiamo essere espliciti anziché plausibili. Sul crociato esiste evidenza longitudinale che dopo la pubertà le ragazze atterrano con un valgismo dinamico maggiore dei coetanei maschi (Ford et al., 2010, citato nel nostro articolo sul crociato); ipotizzare che lo stesso cambiamento del controllo dell'atterraggio pesi anche sulla caviglia è ragionevole, ma resta un'ipotesi, non un risultato. Il dato solido, quello su cui si può agire, è un altro: la fascia d'età in cui la distorsione è più frequente è proprio quella dello sport giovanile.

Cosa succede dopo: il 20% che convive con una caviglia che cede

Qui c'è il numero che dovrebbe cambiare il modo in cui si guarda a «una storta».

Uno studio su 1.002 atleti di scuola superiore di 14-18 anni (età media 15,6 anni, 50,4% ragazze) ha misurato la prevalenza di instabilità cronica di caviglia — la condizione in cui, dopo una o più distorsioni, la caviglia continua a cedere, a fare male o a dare insicurezza ben oltre la guarigione dei tessuti. Il risultato: 20,0% complessivo, 23,6% tra le ragazze contro il 16,3% tra i ragazzi. Quasi una atleta su quattro (Donovan et al., 2020).

Il dettaglio più istruttivo è però un altro. Solo il 26,1% dei partecipanti riferiva di aver subito almeno una distorsione. Confrontando le due percentuali si vede il problema: la quota di chi ha una caviglia instabile è quasi pari alla quota di chi ricorda di essersi fatto male. Detto altrimenti, la distorsione è un evento che si dimentica; l'instabilità che ne resta, no.

E quell'instabilità ha un costo misurabile. Chi ne soffre riporta una funzione della caviglia nello sport nettamente più bassa (FAAM-Sport 87,0 contro 97,7) e una qualità di vita percepita più bassa (PedsQL totale 89,8 contro 93,5) rispetto a chi non ce l'ha. Con una precisazione che rende il quadro peggiore, non migliore: il livello di attività fisica non risultava diverso tra i due gruppi. Non stanno smettendo. Stanno continuando a giocare con una caviglia che non funziona bene e con una qualità di vita più bassa, senza che questo compaia in nessun registro della società.

Sul versante clinico, la revisione epidemiologica di riferimento riporta che fino al 70% di chi subisce una distorsione acuta può sviluppare una disabilità fisica residua, e cita uno studio che stima una prevalenza di instabilità cronica del 40% a un anno dalla prima distorsione laterale (Herzog et al., 2019). È una revisione narrativa focalizzata sul contesto statunitense, non una meta-analisi: il valore è nell'ordine di grandezza, non nella cifra.

«È solo una storta»: perché il passaggio dal professionista salta così spesso

C'è uno studio che, nonostante l'età, descrive questo fenomeno meglio di qualsiasi altro. Su 84 giocatori di basket di scuola superiore, il 70% aveva una storia di distorsione di caviglia; tra questi, l'80% ne aveva avute più di una; nel 32% dei casi l'infortunio aveva comportato oltre due settimane di stop. E il dato che conta: nel 55% dei casi non era stata cercata alcuna assistenza medica. Circa la metà riferiva sintomi residui, e il 15% riteneva che quei sintomi compromettessero la propria prestazione (Smith e Reischl, 1986).

Va detto forte: quel campione era interamente maschile e lo studio risale al 1986. Non è una stima valida oggi, e non è una stima sulle ragazze. Lo citiamo per quello che è — la descrizione più chiara in letteratura di un comportamento culturale che chiunque frequenti una palestra riconosce ancora: la distorsione di caviglia è l'infortunio che si autogestisce.

Il punto è che questa autogestione non è irrazionale. Una caviglia distorta smette di far male abbastanza in fretta da sembrare guarita. Il problema è che «non fa più male» e «funziona di nuovo» non sono la stessa cosa, e la differenza tra le due si vede solo mesi dopo — nella percentuale di atlete che a 15 anni convivono con una caviglia che cede.

Su questo la dinamica assomiglia molto a quella che abbiamo descritto per le perdite di urina e per il dolore al ginocchio che dura mesi: un sintomo frequentissimo, che proprio perché frequente viene scambiato per normale, e di cui nessuno parla abbastanza perché non sembra abbastanza grave da meritarlo.

La prevenzione funziona? Sì, e sui giovani esiste evidenza specifica

Sì, con un effetto stimato intorno al 26% — e questa volta i dati riguardano proprio la fascia d'età giusta.

Una revisione sistematica con meta-analisi ha raccolto 10 studi randomizzati su atleti di scuola superiore di 13-19 anni (4 studi su sole ragazze, 2 su soli ragazzi, 4 misti), in calcio, basket, pallamano e altri sport di squadra. La stima aggregata è un rapporto di incidenza degli infortuni di caviglia di 0,74 (IC 95% 0,60-0,91): circa un quarto in meno. Gli autori aggiungono la parte pratica, che è la più utile: gli studi con risultati statisticamente significativi combinavano tutti esercizi di rinforzo, esercizi di agilità e un approccio multicomponente, in sessioni di 15-20 minuti, due volte a settimana, per 3-6 mesi, con aderenza superiore al 62% (Berkey et al., 2024).

Sono numeri che si sommano a due riferimenti più specifici:

Il messaggio pratico è lo stesso che avevamo trovato parlando di allenamento neuromuscolare preventivo: la protezione non arriva da un attrezzo o da un gesto isolato, ma da un riscaldamento strutturato fatto per mesi. E, come per il crociato, la variabile che fa collassare l'effetto è l'aderenza — non l'intensità.

E dopo? La riabilitazione che riduce le recidive (con una precisazione sull'età)

La distorsione di caviglia ha una caratteristica che la rende diversa da quasi tutti gli altri infortuni giovanili: il fattore di rischio meglio documentato per una distorsione è averne già avuta una. È il motivo per cui i numeri sulla recidiva contano più di quelli sull'evento iniziale.

Una revisione sistematica con meta-analisi di 14 studi randomizzati e 2.182 partecipanti ha confrontato la riabilitazione basata sull'esercizio con la cura abituale dopo una distorsione laterale acuta, trovando una riduzione significativa delle recidive a 12 mesi (OR 0,60; IC 95% 0,36-0,99) (Wagemans et al., 2022).

Attenzione all'età: quei partecipanti sono adulti. Sulle atlete adolescenti in modo specifico l'evidenza è più sottile, e presentare un risultato su adulti come se valesse per una quattordicenne sarebbe esattamente il tipo di scorciatoia che questo blog cerca di evitare. Ciò che si può dire onestamente è: nella popolazione dove è stata studiata, la riabilitazione con esercizio riduce le recidive rispetto al lasciar passare; e nello sport giovanile, dove la prevenzione con esercizio funziona (Berkey et al., 2024), la direzione è coerente.

Una precisazione pediatrica che è stata rivista

Per anni, in un ragazzo o una ragazza ancora in crescita, una caviglia dolente sul versante esterno senza frattura visibile alla radiografia veniva gestita come una frattura di tipo Salter-Harris I del perone distale — cioè una lesione della cartilagine di accrescimento — sulla base del fatto che, in un osso immaturo, la cartilagine di accrescimento è meccanicamente più fragile del legamento.

La risonanza magnetica ha ridimensionato quell'assunto. In uno studio prospettico su 31 bambini con sospetto clinico di quella lesione, nessuno la presentava all'imaging: c'erano lesioni legamentose, contusioni ossee e versamenti articolari (Hofsli et al., 2016). Lo stesso risultato era emerso in uno studio precedente su 18 bambini (Boutis et al., 2010).

Due limiti da tenere presenti, entrambi importanti. I campioni sono piccoli (31 e 18 pazienti). E l'età media è di circa 9-10 anni, quindi più bassa di quella delle atlete di cui parliamo qui: in una tredicenne o quattordicenne lo stadio di maturazione scheletrica è diverso, e con esso l'equilibrio tra la resistenza dell'osso in crescita e quella dei legamenti — un tema che tocchiamo anche parlando del picco di crescita. Quello che questo filone di ricerca dice a chi allena non è quindi "non è una frattura": è che cosa sia esattamente quella caviglia lo stabilisce un professionista sanitario, e che l'idea che nei giovani sia "sempre l'osso" non regge più come regola automatica.

Cosa cambia in palestra, concretamente

Non è un protocollo clinico — quello lo scrive chi valuta l'atleta. Sono i punti su cui le fonti citate sopra convergono.

Il ruolo di BAB

BAB non diagnostica una caviglia e non scrive protocolli di rientro. Fa la cosa che nei dati sopra manca sistematicamente: dà all'atleta un modo per annotare in privato quello che sente — dolore, cedimenti, insicurezza in atterraggio, energia, recupero — e alla società segnali aggregati e anonimi, mai il dato di salute della singola.

Perché il vero problema descritto da questi studi non è che le atlete si distorcano la caviglia. È che tra la distorsione e l'instabilità cronica passano mesi in cui nessuno chiede più niente, e la sola cosa che resta agli atti è una frase: «era solo una storta».

Fonti

Questo articolo ha finalità informative e non costituisce parere medico né una valutazione clinica. Dopo una distorsione di caviglia — soprattutto se il dolore non migliora, se il gonfiore è importante, se non si riesce a caricare il peso o se la caviglia continua a cedere — rivolgersi a un professionista sanitario.

Qual è l'infortunio più frequente nelle giovani atlete?

La caviglia. In una revisione sistematica con meta-analisi di 32 studi su 15.908 atlete under 19, il 67% degli infortuni riguarda l'arto inferiore e la caviglia da sola è la sede più colpita con il 23%, davanti al ginocchio (16%) e alla coscia (13%). Nello stesso lavoro l'incidenza complessiva è di 4,4 infortuni ogni 1.000 ore e il 40% delle atlete subisce almeno un infortunio con perdita di tempo (Beech et al., 2024).

Le ragazze si distorcono la caviglia più dei ragazzi?

I dati disponibili dicono di sì, ma vanno letti con prudenza. La meta-analisi di 181 studi prospettici sull'incidenza della distorsione di caviglia riporta un'incidenza più alta nelle femmine che nei maschi (13,6 contro 6,94 ogni 1.000 esposizioni) e più alta nei bambini che negli adolescenti (2,85 contro 1,94) e negli adolescenti che negli adulti (1,94 contro 0,72) (Doherty et al., 2014). I valori assoluti variano moltissimo tra studi perché cambiano sport, definizioni e modo di contare le esposizioni: quello che regge è la direzione, non il numero preciso.

Cos'è l'instabilità cronica di caviglia?

È la condizione in cui, dopo una o più distorsioni, la caviglia continua a «cedere» e a fare male oltre la guarigione dei tessuti, con episodi ripetuti di instabilità. In uno studio su 1.002 atleti di scuola superiore di 14-18 anni la prevalenza è risultata del 20,0% complessivo, con il 23,6% tra le ragazze contro il 16,3% tra i ragazzi. Chi ne soffre riporta una funzione della caviglia nello sport nettamente più bassa (FAAM-Sport 87,0 contro 97,7) e una qualità di vita percepita più bassa (PedsQL 89,8 contro 93,5), pur svolgendo la stessa quantità di attività fisica (Donovan et al., 2020).

Dopo una distorsione di caviglia bisogna andare da un medico?

Questo articolo è educativo e non sostituisce una valutazione clinica: la decisione spetta a un professionista sanitario, e un dolore che non migliora, un gonfiore importante o l'impossibilità di caricare il peso sono buone ragioni per farla vedere. Vale però la pena sapere quanto spesso questo passaggio salti: in uno studio storico su giovani cestisti, il 70% aveva una storia di distorsione, l'80% di questi ne aveva avute più di una, e in nessun caso su due (55%) era stata cercata assistenza medica; circa la metà riferiva sintomi residui (Smith e Reischl, 1986). Attenzione: quel campione era di 84 atleti MASCHI e lo studio è del 1986 — è utile come fotografia del «è solo una storta», non come stima attuale sulle ragazze.

La distorsione di caviglia si può prevenire?

In parte, e l'evidenza specifica sui giovani esiste. Una revisione sistematica con meta-analisi di 10 studi randomizzati su atleti di scuola superiore di 13-19 anni ha stimato una riduzione degli infortuni di caviglia con i programmi di prevenzione pari a un rapporto di incidenza di 0,74 (IC 95% 0,60-0,91), cioè circa il 26% in meno; i programmi che funzionavano combinavano rinforzo, agilità ed equilibrio, in sessioni di 15-20 minuti due volte a settimana per 3-6 mesi, con aderenza sopra il 62% (Berkey et al., 2024).

Quanto deve durare un programma di equilibrio per fare effetto?

Nei lavori disponibili si parla di minuti, non di ore, ma per mesi. Nello studio randomizzato su 765 atleti di scuola superiore (523 ragazze e 242 ragazzi) di calcio e basket, il gruppo che svolgeva un programma di equilibrio ha registrato 1,13 distorsioni ogni 1.000 esposizioni contro 1,87 del gruppo di controllo (6,1% contro 9,9% degli atleti; p=0,04) (McGuine e Keene, 2006). Nella meta-analisi sugli under 19 i programmi efficaci duravano 15-20 minuti, due volte a settimana, per 3-6 mesi (Berkey et al., 2024). La variabile che ricorre non è l'intensità: è la costanza.

Dopo una distorsione la riabilitazione riduce davvero le recidive?

L'evidenza va in questa direzione, ma la popolazione studiata non è quella delle tredicenni. Una revisione sistematica con meta-analisi di 14 studi randomizzati e 2.182 partecipanti ADULTI ha trovato che la riabilitazione basata sull'esercizio riduce le recidive a 12 mesi rispetto alla cura abituale (OR 0,60; IC 95% 0,36-0,99) (Wagemans et al., 2022). Sulle atlete adolescenti nello specifico i dati sono più scarsi: il ponte è ragionevole, ma va dichiarato come tale.

Nelle ragazze che stanno crescendo, una caviglia gonfia è sempre una frattura della cartilagine di accrescimento?

Storicamente si è assunto di sì, e l'assunto è stato rivisto. In uno studio prospettico con risonanza magnetica su 31 bambini con sospetto clinico di frattura di tipo Salter-Harris I del perone distale, nessuno aveva quella lesione all'imaging: si trattava di lesioni legamentose, contusioni ossee o versamenti articolari (Hofsli et al., 2016); lo stesso risultato era emerso su 18 bambini in uno studio precedente (Boutis et al., 2010). Due precisazioni importanti: i campioni sono piccoli e l'età media è di 9-10 anni, quindi più bassa di quella delle atlete di 13-14 anni, e la distinzione resta comunque una valutazione clinica — non qualcosa che si decide a bordo campo.